Non ho mai amato molto il periodo natalizio, che oggi cercano di farci iniziare intorno ai primi di novembre, forse perché è spesso coinciso con momenti particolarmente difficili, da tragedie familiari come l’improvvisa morte di mia nonna Luisa a forti riacutizzazioni del morbo di Crohn, specialmente i primi anni e in seguito, in occasione della mia seconda operazione, la più sofferta.
Ciò che più mi infastidisce è l’ipocrisia sdoganata senza pudore del “siamo tutti più buoni”; sorridiamo e facciamo auguri di ogni bene a persone di cui non conosciamo nulla e un secondo dopo saliamo in auto e siamo pronti a insultare il primo che ci rallenta nel ritorno verso casa, magari unendo nel peggiore degli auspici la madre e i parenti più stretti.
Fatico a non considerare questo buonismo natalizio ipocrita e dannoso; il buonismo in genere, essendo dettato dall’emotività, quasi sempre creata ad arte, non mi piace. L’emotività annega le emozioni e i sentimenti, quelli veri, che ci dovrebbero guidare verso il nostro essere autentici, ognuno a suo modo, in favore di un atteggiamento artificioso globale che ci sommerge e che finge di rassicurarci.
A Natale siamo tutti più buoni, se c’è una strage a Parigi siamo tutti parigini, se si ribalta un traghetto siamo tutti immigrati. Per ogni occasione, prevista o imprevista, abbiamo una maschera pronta all’uso. Ce la danno, la indossiamo per sentirci “buoni” e avere la coscienza a posto e la settimana dopo la togliamo. Se non sei buono e non ti piace l’atmosfera natalizia o se non indossi la maschera specifica prevista nel periodo, nella migliore delle ipotesi, vieni additato come uno che si vuole distinguere.
Se distinguersi significa non indossare maschere e non conformarsi in modo acritico e passivo a ciò che la massa produce e suggerisce in termini di pensieri e comportamenti, allora proviamo a distinguerci sempre.
La maschera che cercano di farci indossare a seconda del vento che soffia non è nulla, in quanto a potenza distruttrice, rispetto a quelle che noi stessi indossiamo quotidianamente e che ci siamo costruiti giorno per giorno: ne abbiamo una in famiglia, una al lavoro, una col capo e un’altra con i colleghi, una con gli amici o le amiche, una con gli insegnanti dei nostri figli, una con i genitori degli amici dei nostri figli.
Se scendiamo nello specifico, probabilmente ne abbiamo una con i nostri genitori (forse addirittura due diverse, una con nostro padre e una con nostra madre), una con i nostri figli, una con nostra moglie o nostro marito… potrei andare avanti all’infinito.
Se di un insegnamento sarò sempre grato alla malattia è quello di avermi fatto togliere ogni maschera. Quando trascorri settimane o mesi a non poter fare ciò che desideri, tantomeno le tue banali attività quotidiane come andare a lavorare o fare un corso di cucina il giovedì sera, dopo, quando ti rialzi, non hai tempo da perdere.
Non hai tempo da perdere con persone che non hai voglia di vedere; non hai tempo da perdere a litigare per stupidaggini senza importanza, non hai tempo da perdere a parlare di scemenze, nemmeno leggerle sui giornali o ascoltarle in tv.
Non hai tempo da perdere a domandarti se qualcuno non sarà d’accordo con te o se a qualcuno non piacerà quello che hai fatto o hai deciso di fare; non hai tempo da perdere ad ascoltare le critiche di chi, senza fare niente, ti dice che hai sbagliato; non hai tempo da perdere a sentire chi ti dice che sei matto e non ce la farai mai; non hai tempo da perdere con chi non capisce che ogni tua caduta e ogni tuo fallimento sono tappe del tuo percorso, verso il tuo successo.
Non hai tempo da perdere con chi pensa che il successo sia arrivare primo calpestando il prossimo.
E ti scopri, finalmente, libero.
Libero di seguire solo chi ti ama veramente e ti incoraggia, senza invidie o rancore per i propri fallimenti; libero di ascoltare chi è sempre pronto a darti consigli ma anche a seguirti sempre nelle tue scelte, anche se non le condivide e a tenderti la mano per aiutarti a risollevarti; libero di fare ciò che ti fa stare bene e scoprire che non sei solo, iniziare una nuova avventura, esplorare ogni possibilità; libero di sbagliare e di imparare ogni volta che vuoi; libero di dire a chi ti fa battere il cuore: “Mi piaci” e vedere il suo sorriso aprirsi, oppure chiudersi, perché magari il suo batte per qualcun altro; libero di accettare davvero ciò che sei, anche ciò che di te stesso non ti piace.
Gandhi disse: “La serenità è quando quello che pensi, dici e fai sono in sintonia”.
Certamente non è semplice, ma è anche molto meno complicato di ciò che pensiamo.
Indossare una maschera ci appare ovvio e naturale ma in realtà, oltre ad essere una gran perdita di tempo, è contro la nostra natura: ci procuriamo sofferenza, dimenticandoci di noi e dei nostri autentici sentimenti, insistendo nella direzione opposta e contraria a quella che ci permetterebbe di raggiungere la serenità e la sintonia con noi stessi e con chi ci sta vicino, che cerchiamo dal primo giorno in cui veniamo alla Luce. Più tempo trascorriamo indossando una maschera, più lungo sarà il viaggio di ritorno.
Con le maschere, continuiamo perennemente a “cambiare abito da scena” a seconda di chi abbiamo di fronte, ma in realtà ci stiamo solo nascondendo da noi stessi.
A volte, ci riusciamo così bene, che non ci troviamo più.
Buon Natale.
“Quando l’odio diventa codardo, se ne va mascherato in società e si fa chiamare giustizia.”
Arthur Schnitzler