Buone vacanze e buon rientro!

Anche la malattia va in vacanza?

Come state, in vacanza? Solitamente state meglio o peggio di quando vivete la vostra quotidianità di lavoro, studio, etc? Oppure non notate alcuna differenza?

La prima vacanza in cui, da malato di Crohn, mi trovai ad affrontare tutte le incognite di un lungo periodo lontano da casa da solo fu all’età di 19 anni.
Studiando Lingue straniere all’Università, i miei genitori mi concessero di andare per un mese a Berlino, ospite presso una famiglia, per frequentare una scuola di tedesco.
Da una parte, fremevo: potete immaginare un diciannovenne alla sua prima vacanza lontano da casa e dai genitori, insieme a studenti provenienti da tutto il mondo… non vedevo l’ora!
Dall’altra parte, avevo molti timori sulle mie condizioni di salute: era un buon periodo di relativa quiescenza della malattia ma solo un anno e mezzo prima avevo vissuto mesi terribili e trascorso diverse settimane del mio ultimo anno di Liceo a casa, rischiando di non essere ammesso alla Maturità per l’elevato numero di assenze.
Ogni ricordo di quei giorni terribili era ancora fresco e nitido.

Feci la mia scorta di Asacol per un mese, misi in valigia ogni sorta di medicinale che nemmeno un missionario diretto in Africa avrebbe portato e partii, carico di emozioni.

Mi trovai ospite di una signora di circa 45 anni, non molto espansiva, che capiva e parlava solo il tedesco e faceva un enorme sforzo per chiamarmi “Gusepe”, vedova di un militare, con un figlio di 20 anni, molto riservato, la cui abitazione era, unico caso tra le famiglie ospitanti, nella ex Berlino Est, nel quartiere di Pankow.

La prima mattina, prendendo il tram per andare a scuola, mi sembrava di essere salito sulla macchina del tempo per ritrovarmi indietro di 30 anni, in uno di quei film di spionaggio con Michael Caine, ambientati all’epoca della guerra fredda.
La casa, al contrario, era stupenda, una vera e propria villa indipendente, su 3 piani, con un bellissimo giardino, ma il tenore della famiglia, dopo la riunificazione della Germania, era evidentemente modesto.
Se la sistemazione era perfetta, con un piano mansardato (e un bagno!) a mia completa ed esclusiva disposizione, il cibo che mi veniva offerto, era, per così dire, “limitato”.

La colazione andava abbastanza bene, c’erano pane, marmellata e anche latte, che evitavo accuratamente, da macchiare con caffè solubile; un succo di frutta a metà mattina al bar della scuola mi permetteva di arrivare a pranzo senza troppi buchi nello stomaco. La cena che quotidianamente ero invitato a condividere intorno alle 18 (!!!) era decisamente spartana: carne, di ogni ordine e grado, con patate lesse (non ho mai mangiato tante patate come in quelle 4 settimane) o altro tipo di verdure cotte. Stop.

Una sola sera, probabilmente per ospitalità, verso la fine del mio soggiorno, mi fecero trovare la pizza: rimpiansi le patate lesse.

Forse per educazione, forse per compassione verso la situazione familiare che vedevo, non chiesi mai nulla di diverso e questo mi aiutò a capire che le verdure tanto demonizzate dai medici non mi creavano alcun problema.
Non solo: poiché fare il turista a Berlino era particolarmente faticoso nell’estate del 1992, la più calda del secolo nella capitale tedesca con temperature costantemente sopra i 37 gradi, finita la cena, verso le 19, uscivo quasi tutte le sere con i compagni di scuola che avevo conosciuto e…cenavo nuovamente!

Per la prima volta nella mia vita potevo assaggiare la cucina turca, cinese, thailandese, messicana, indiana, israeliana e ogni sapore era una scoperta, non solo per il mio palato ma soprattutto per il mio intestino: scoprii il kebab e non so quanti ne mangiai, nelle condizioni più disparate, nei mercati o lungo la strada, dove l’igiene era quanto meno approssimativa.

Con un ragazzo di Torino, avevamo scoperto un take away turco vicino alla scuola, di qualità eccellente: in 2 settimane a pranzo avevamo assaggiato tutto il menu, dolci compresi.
Spero che anche voi abbiate avuto la possibilità, in qualche momento della vostra malattia, di provare la mia stessa gioia, quando realizzate che potete fare (o tornare a fare) qualcosa di normale che fino a poco tempo fa vi era precluso dalle vostre condizioni di salute. Accorgermi che riuscivo a mangiare quasi tutto senza alcun problema mi riempiva il cuore. Certo, stavo sempre attento a non esagerare, ma a parte cibi particolarmente speziati, non avevo alcuna difficoltà con nessun alimento o bevanda e, da quelle parti, in compagnia, la birra non mancava mai.

Stavo benissimo.

Prima di partire, mi ero preoccupato di capire come e dove raggiungere un bagno in tempi rapidi ovunque mi trovassi (Mac Donald’s e fast food in genere nelle metropoli sono un’autentica benedizione, vero?), qualora avessi avuto un’emergenza e mi ritrovavo a passare pomeriggi interi in giro per la città con l’unica preoccupazione di avere con me sempre dell’acqua, a causa del caldo torrido.

Finalmente, dopo quasi 4 anni di sofferenze, potevo pensare che la malattia non mi avrebbe impedito di fare nulla; avrei potuto avere un’esistenza normale e, soprattutto, viaggiare, che era il mio più grande desiderio di adolescente.

Tornai a Milano ingrassato di quasi 2 chili e carico di entusiasmo; rientrai anche, ovviamente, in un regime alimentare più equilibrato e più consono ad un malato di Crohn, come era logico.
A poco a poco, però, sembrò svanire l’effetto delle vacanze: non stavo male, ma le giornate passate a Berlino dimenticandomi dei bagni di Mac Donald’s erano un ricordo dolceamaro; rientrato nella routine quotidiana, anche il mio intestino aveva ripreso le sue fastidiose abitudini.

Dai picchi di entusiasmo il crollo verso lo sconforto e la delusione fu altrettanto rapido e violento.
Per la prima volta iniziai a pensare che doveva esserci altro…doveva per forza esserci qualcos’altro, oltre alla chimica e alla biologia che mi spiegavano i medici, doveva per forza esserci un’altra dimensione, legata al mio stato d’animo, al mio approccio nei confronti della malattia e quindi, in generale, della vita, che aveva un ruolo determinante e, al momento, questa dimensione mi sfuggiva.

Perché per un mese, in una situazione particolare, avevo potuto vivere come un ragazzo normale e, rientrato nella mia dimensione ordinaria, la qualità della mia vita tornava ad essere così infima?
In fin dei conti, era solo questo, che desideravo: una vita normale; non mi sembrava di pretendere tanto…
Forse potevo vivere una vita normale solo in una situazione “anormale”?
Non poteva essere così. Non volevo credere che fosse così.

Iniziai a pensare che, se era destino che questa malattia mi avrebbe accompagnato per il resto dei miei giorni, forse la rabbia e la paura che avevano caratterizzato i primi anni di convivenza forzata, non erano l’atteggiamento migliore. Dovevo provare altre strade.

La cattiva notizia era che non capivo…non sapevo cosa fare né come.
La buona notizia era che avevo 19 anni: avevo tempo.

Berlino mi aveva lasciato questi pensieri; devo tornare, prima o poi, per ringraziarla:“Ich bin ein Berliner!”

Buone vacanze a tutti.
Ma soprattutto, buon rientro.

GC

“Chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita.” – Proverbio cinese

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