Cambiare è capire e accettare

“Solo quando mi accetto come sono, posso cambiare […] Noi non possiamo cambiare, non possiamo allontanarci da ciò che siamo, finché non accettiamo fino in fondo ciò che siamo. Allora sembra che il cambiamento avvenga quasi inavvertitamente. […] Più mi sforzo di essere semplicemente me stesso in tutta la complessità della vita e mi sforzo di capire e di accettare quanto c’è veramente in me e negli altri, più ho la possibilità di provocare un cambiamento maggiore.”

Mi ha sempre fatto riflettere molto questo passaggio di Carl Rogers; rappresenta una verità che ho sperimentato e compreso sulla mia pelle, naturalmente in modo piuttosto violento.

Undici anni fa, oggi, ero da qualche ora ricoverato in ospedale.
La sera del 31 dicembre, anziché uscire con gli amici, fui costretto a cambiare programma e restare a letto con dolori lancinanti. Due giorni dopo seguii il consiglio della Dottoressa Campanini di andare al Pronto Soccorso.
Purtroppo la sua previsione si sarebbe rivelata corretta.

Come molti di noi fanno nel periodo di transizione tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo anno, anche io, in quei giorni, avevo in mente mille progetti.
Il 2006 era stato molto positivo dal punto di vista professionale, con alle porte una crescita imminente e nuove stimolanti responsabilità. In virtù di questi pensieri, avevo deciso di rientrare al lavoro già il 2 gennaio, come oggi, un martedì: volevo sfruttare quattro giorni di solitudine per portarmi avanti con tutte le attività che mi aspettavano.
Quella mattina pensavo ancora di dover semplicemente rimandare di ventiquattr’ore.

Quando entrai in pronto soccorso, vedendomi sofferente ma in piedi, mi assegnarono un codice verde.
Dopo dieci minuti, un infermiere venne a misurarmi la pressione e mi afferrò il polso per sentire le pulsazioni.
Con calma, si tolse lo strumento, uscì dalla stanza, prese il primo lettino vuoto in corridoio e mi disse: “Sdraiati”.
Le pulsazioni erano 160 al minuto, non mi volle dire il dato della pressione. In meno di venti secondi ero all’interno di un altro ambulatorio dove un medico iniziò a farmi domande più approfondite.
Sempre steso sul lettino, mi bucarono il braccio per posizionare una flebo.

Dopo qualche minuto stavo facendo una tac all’addome e nell’arco di mezz’ora il medico tornò a confermare la diagnosi. Occlusione intestinale, era necessario il ricovero immediato.
La mia reazione, per circa dieci minuti, fu di totale non comprensione.
In modo educato ma fermo, feci tutto il possibile per convincere il medico a mandarmi a casa.
Io dovevo andare a lavorare il giorno dopo. Punto.
Questo fastidioso imprevisto poteva essere risolto con qualche medicina, no?
Eh, no.

Con calma, il medico mi fece capire che l’unica possibilità per accorciare i tempi era restare in ospedale.
In realtà credo che, vedendo l’esito della tac, fosse consapevole che il mio decorso sarebbe stato piuttosto faticoso. Probabilmente si rese conto di avere di fronte una persona spaventata, incurante del dolore che provava da due giorni, distaccato dalla realtà oltre ogni limite. Ebbe una sensibilità straordinaria. Parlando costantemente con tono pacato e comprensivo, mi fece cambiare idea. Utilizzò lo stratagemma del tempo con un noioso “workaholic” per convincermi a rimanere lì, al sicuro, fortunatamente in mano a professionisti eccellenti, tra i migliori che abbia incontrato in trent’anni di Crohn.

Mezz’ora dopo ero in reparto e rimasi in attesa che i miei genitori tornassero con il minimo indispensabile per una degenza ospedaliera. Mi ritrovai a scrivere sms ai colleghi per avvisarli di questo mio inconveniente cercando di sdrammatizzare la situazione ma presto il mio atteggiamento cambiò drasticamente.
Mi inserirono un sondino naso gastrico che mi provocò un dolore terribile.

Iniziai a capire che i tempi sarebbero stati più lunghi del previsto e che era inutile lottare. Provai una sensazione di resa, quasi di abbandono. L’unica cosa che potevo fare era affidarmi nelle mani di altre persone, per la maggior parte molto competenti.

Fu solo l’inizio di un periodo durissimo, che possiamo definire tra i sei mesi e i due anni.
Mi viene spontaneo ricordarlo, ogni 2 gennaio.
Ogni fine anno, quando mi ritrovo a pensare nuovi progetti, fissare obiettivi, darmi scadenze, la mia mente torna per alcuni momenti a quei giorni. In particolare, mi capita ancor di più quest’anno, che è il trentesimo anniversario con il morbo di Crohn e sto pensando ad alcuni progetti di Mindfulness dedicati specificatamente a chi ha questo tipo di patologie.
Sento che è arrivato il momento di mettere a disposizione del prossimo il mio bagaglio e lasciare che ognuno possa prendere ciò di cui ha bisogno, come ne ha bisogno, quando ne ha bisogno.

Non rivivo, fortunatamente, il dolore fisico: quello fu lancinante ma l’ho superato soprattutto grazie alle pratiche di meditazione che proprio allora iniziai a sperimentare.
Ripenso alla mia lotta e alla totale inconsapevolezza in cui mi trovavo.
Mi rivedo nel mio atteggiamento assurdo, disconnesso dalla realtà e anche pericoloso, deciso a tornare a casa con l’intento folle di andare a lavorare il giorno dopo.
Ripenso a quanto siano stati dolorosi ma fondamentali quei primi passi verso la consapevolezza.

Fu in quei giorni che iniziai a camminare lungo un sentiero nuovo, di introspezione reale e profonda, di comprensione del mio passato e del mio presente. Cominciai a capire meglio chi ero, ad accettare il mio percorso, certamente molto tortuoso e a pensare cosa volevo realmente fare nella Vita.
Senza quella crisi, non sarei mai giunto dove sono oggi.
Semplicemente, dovevo capire e accettare.
Solo da lì in avanti, ho potuto impegnarmi a cambiare e trasformare la mia Vita.
E, come dice Thich Nhat Hahn, trasformarsi è guarire.

2 thoughts on “Cambiare è capire e accettare”

  1. Ciao,
    Leggendo il tuo racconto mi sono rivista, episodio in pronto soccorso analogo al tuo e stesso mio atteggiamento nei confronti dei medici che volevano aiutarmi.
    Completamente distaccata dalla realtà, il mio chiodo fisso era quello di tornare alla mia frenetica vita .
    Durante il ricovero, più lungo di quello che credevo ho avuto modo di riflettere e di accettare la mia condizione….ho il morbo di Crohn dal 96 ero appena diciottenne, cosa che prima nn avevo mai fatto.
    Grazie per aver condiviso la tua esperienza con noi …
    È utile confrontarsi, le paure se condivise si sgretolano .
    Grazie ancora e buona vita !
    Una guerriera

    1. Ciao Rosetta, grazie mille per il tuo commento. Quando condivido alcuni momenti che la malattia mi ha portato a vivere spero di suscitare nel prossimo esattamente ciò che tu mi hai raccontato. Condividere serve a diventare più forti e a superare le paure insieme. Un abbraccio.

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