Gli altri e la (loro?) compassione

La compassione per se stessi: un valore da scoprire attraverso il prossimo

Il quarto anno del liceo fu il primo in cui dovetti convivere con il morbo di Crohn. Nonostante avessi informato il professore di Storia e Filosofia, responsabile di sezione, del mio “nuovo amico”, mi sembrava di notare irritazione quando, una volta al mese, in occasione della visita di controllo, mi capitava di entrare a lezione una o due ore dopo. Quando questo mio ritardo coincise con una interrogazione, la mia sensazione ebbe conferma da parte di alcuni miei compagni, i quali mi raccontarono che proprio il professore di Filosofia si era decisamente infastidito della mia assenza.

Lo stesso insegnante, dopo la mia ultima interrogazione dell’anno in cui avevo sostanzialmente ottenuto la sufficienza nel voto generale, alla mia domanda su come mi avesse valutato, iniziò un panegirico in cui mi disse: “Non solo io, anche i miei colleghi, abbiamo l’impressione che tu non condivida molto quello che facciamo…” Lo interruppi: ”Ah, perché si deve anche condividere? Pensavo fosse sufficiente studiare…”
Venni rimandato in Filosofia.

Non ero un genio a scuola e la mia tipica rabbia da adolescente, unita alla nuova e forzata convivenza con la malattia, mi portò rapidamente ad essere uno studente abbastanza problematico.

L’anno dopo, quello della Maturità, rimasi assente per quasi quattro mesi in cui tutto il corpo insegnante comprese, grazie ai colloqui che i miei genitori si preoccuparono di tenere, quali erano le mie reali condizioni di salute. Al mio ritorno, andai nuovamente dallo stesso professore a chiedere se era possibile, insieme con gli altri insegnanti, stabilire un programma di recupero degli argomenti che avevo perso, ponendoci insieme l’obiettivo della Maturità.
La risposta fu molto “politica”, nell’accezione più negativa del termine: “Non credo ci sia la necessità di parlare con i miei colleghi…Il fatto che tu, attualmente, non sia in grado di effettuare una verifica e abbia bisogno di tempo, mi sembra una questione di buon senso…” La mia replica fu molto meno diplomatica: “E’ proprio questo che mi preoccupa…”.

Qualche giorno dopo, venne fissata una verifica di Matematica e, quando andai dalla professoressa a chiedere delucidazioni, lei mi rispose con un sorriso: “Dai, tu prova a farla!” Esterrefatto, la settimana dopo, riconsegnai il compito in bianco e venni valutato con un “inclassificabile”.

Sì, lo so, in questo momento state pensando: “Certo che te le andavi a cercare!”
Avete ragione.

Potrei raccontarvi una decina di episodi simili assolutamente indipendenti dal mio stato di salute e chiarirei definitivamente che la mia indole era quella di contestare l’autorità (così strano per un adolescente?); la patologia non fece altro che mettere il più potente amplificatore al mio carattere complesso, facendomi percorrere a tutta velocità per alcuni anni a venire una strada senza uscita.

Voglio sorvolare su quale ruolo un professore adulto di scuola superiore dovrebbe o potrebbe avere nei confronti di un adolescente che ha scoperto da pochi mesi di avere una patologia cronica. Faccio solo presente che, nel 1989, Google non esisteva ma una scadente enciclopedia avrebbe arricchito la conoscenza di chiunque avesse voluto cercare informazioni su “Crohn, morbo di”.

Un principio buddhista recita: “Ciò che gli altri pensano di te è il loro karma; come tu reagisci a ciò che gli altri pensano di te è il tuo karma”.

Oggi che sono profondamente consapevole di questa verità, so che, proprio in quegli anni in cui crollavano i muri che la Storia aveva costruito, avevo innalzato un mio personale muro: dovuto all’età, alla paura, alla rabbia per le mie condizioni di salute, perché non riuscivo ad avere una vita normale come tutti i miei coetanei; mi ero appostato sopra questo muro come un cecchino e sparavo a vista a chiunque si avvicinasse.

Ma questo non era l’aspetto più importante: il problema maggiore era che, nel profondo, mi consideravo migliore di chiunque entrasse in relazione con me.
Questa convinzione delirante mi derivava dal fatto che io “soffrivo”, sempre, costantemente e quotidianamente ma, soprattutto, avevo provato sofferenze inenarrabili nei primi mesi in cui mi avevano diagnosticato il Crohn. Questo dolore, “mitizzato”, mi autorizzava a sentirmi più forte degli altri e, conseguentemente, migliore; quindi, se l’altro non comprendeva la mia condizione, era un suo problema: io, essendo superiore, non potevo certo perdere tempo a dare spiegazioni.

Questa era la mia follia.

Molto spesso mi imbatto in articoli o commenti di ogni genere da parte di malati che rivendicano una totale incomprensione della propria situazione di sofferenza da parte del mondo esterno. In taluni casi è possibile che da parte degli “altri” ci sia poca sensibilità, poca empatia, poco interesse a capire e grande superficialità nel tranciare giudizi o dispensare consigli saccenti, incompetenti, non richiesti. Probabilmente è un comportamento che sono soliti tenere con chiunque, sempre.

Ma noi? Cosa possiamo fare? Siamo sicuri di essere così aperti alla comprensione e alla compassione da parte degli “altri”? Sì, anche la compassione, quel sentimento che spesso rifiutiamo perché pensiamo di non averne  bisogno, che consideriamo umiliante, perché noi ci sentiamo superiori anche alla sincera compassione di un nostro simile, chissà in base a quale strana convinzione.

Pensare che “gli altri” possano capire la nostra condizione, soprattutto quando la nostra patologia non è molto conosciuta o visibile all’esterno, partendo da una nostra posizione di chiusura e rifiuto, senza che ci prendiamo il disturbo di spiegare e raccontare alcune situazioni della nostra quotidianità, appare oggettivamente improbabile.
Questo ragionamento vale nei confronti di un insegnante, di un collega, di un datore di lavoro, di un amico, di un fidanzato, di chiunque entri in relazione con noi.

Quando abbiamo la necessità o il desiderio che si instauri una conoscenza e una comprensione reale e completa della nostra condizione di malato, che possa portare ad una compassione, nel senso più etimologico del termine, autentica nei nostri confronti, la gran parte di questo lavoro spetta a noi.
Se ci rifiutiamo di tessere questa tela di relazione, la non comprensione da parte del mondo esterno sarà inevitabile. Conseguentemente aumenterà la nostra rabbia, il nostro isolamento, la nostra sfiducia, la nostra depressione, il nostro malessere e mancheremo anche noi di sviluppare quella medesima autentica compassione verso noi stessi che stiamo cercando disperatamente negli altri.

Si sarà innestato un circolo vizioso di cui noi saremo i primi e unici responsabili.

Noi abbiamo la competenza e, pazientemente, possiamo creare un circolo virtuoso esportandola all’esterno per mettere “gli altri”, totalmente ignoranti in materia (e non è una colpa né una mancanza), nella condizione di capirci. Se non vogliamo farlo per la bellezza della relazione umana, facciamolo egoisticamente per i vantaggi che ci può portare quando si parla di insegnanti, colleghi o capi!

Anche chi ci sta vicino potrebbe fare fatica in questo percorso: chi ci vuole bene e, presumibilmente, soffre nel vederci soffrire, può cadere nell’errore, per un momento di difficoltà o di imbarazzo, in buona fede, di darci un consiglio stupido o di fare una battuta poco felice. Possiamo perdonarlo, no?

La colpa della nostra condizione non è sua; la colpa della nostra condizione non è dei nostri genitori, né dei nostri amici, né nostra: semplicemente non esiste. Non ha alcun senso cercare (e trovare) nemici al di fuori di noi; non c’è alcuna battaglia da combattere.

Tiziano Terzani ci ha insegnato che ciò che è fuori è anche dentro: “Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori. È inutile andare a cercare nel mondo ciò che non si riesce a trovare dentro di sé”.
Prima di colpevolizzare “gli altri”, proviamo a capire se l’incomprensione che sentiamo all’esterno, in realtà, non sia la nostra. Non capire immediatamente cosa ci stia succedendo, in un periodo complicato della nostra vita, è normale; ci vuole tempo. Cercare questa risposta negli “altri”, aumenterà solo la nostra confusione e il tempo necessario per giungere a comprendere.

Quando avremo realmente e consapevolmente realizzato questo processo di scoperta della reale compassione, che richiede non solo tempo, ma soprattutto dedizione e pazienza, saremo altrettanto sereni nell’eliminare dalla nostra vita quelle relazioni che proprio ci infastidiscono: non dobbiamo per forza piacere a tutti e allo stesso modo non dobbiamo farci piacere tutti.
Troveremo altri “altri” con i quali saremo più in sintonia; magari uno, particolarmente interessante.
Dentro di noi.
Noi.

“Chi guarda all’esterno, sogna. Chi guarda all’interno si sveglia.”
Carl Gustav Jung

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