La crescita personale degli adolescenti è realmente a rischio per colpa del web?
Ultimamente le accuse nei confronti dei social network spaziano dall’omicidio alla incapacità di relazionarsi col prossimo fino alla più banale incapacità di scrivere.
Riguardo quest’ultima, spero di essere una buona eccezione e che la vostra lettura prosegua oltre.
L’anno scorso ho frequentato un corso di web marketing di ottimo livello, grazie soprattutto alla qualità dei formatori; spesso ho avuto la sensazione che alcuni dei principi che ci stavano comunicando riguardo le regole per una buona ed efficace presenza sui social fossero semplici norme di buona educazione che mi ripetevano i miei genitori a partire dalla seconda metà degli anni settanta, quando Facebook e compagnia erano fantascienza anche per i lettori di Urania.
Recentemente, un bellissimo articolo di Riccardo Scandellari riprendeva un concetto espresso nel libro di Frank Martin, intitolato “Il potere della gentilezza”, secondo cui, per avere successo sui social, non sia fondamentale tanto il contenuto ma le relazioni che si vanno a creare in seguito o precedentemente al contenuto stesso; se sono basate su una sincera benevolenza saranno forti e durature, se al contrario sono improntate sull’interesse, saranno destinate a fallire.
In altre parole, mio padre e mia madre, non mi dicevano tanto cosa dire o non dire e quando parlare o stare zitto ma mi ripetevano allo sfinimento: “Sii educato!” Il messaggio era chiarissimo: qualsiasi idea tu voglia esprimere o qualsiasi richiesta tu abbia, fallo gentilmente.
Per i miei genitori (e anche per me) era un concetto da trasmettermi decisamente ovvio: un minimo sindacale di manuale di sopravvivenza per “saper stare al mondo”.
Nessuno di noi poteva immaginare che quarant’anni dopo, certi principi essenziali, quasi banali per ogni percorso di crescita personale, fossero talmente disintegrati nella nostra società che qualcuno potesse addirittura scriverne un libro e sottolineare il “potere” della gentilezza.
Ancor più recentemente, mi è capitato di leggere riguardo alcuni idioti (oggi si chiamano haters) che sui social network hanno insultato Chiara Ferragni, invitata a tenere una lezione ad Harvard. Il giudizio misto invidia di chi non conosce, non può conoscere e non comprende è una delle peggiori forme di ignoranza che si riscontrano sempre più spesso.
Ricordo che anni fa, quando entravi al bar e ti mettevi a parlare di calcio o di politica (in alcuni casi il termine “parlare” poteva essere un’espressione generosa), ci si ritrovava sempre a discutere con grande fervore. Anche allora, c’erano sempre i cosiddetti provocatori, “haters” ante litteram, che estremizzavano ogni concetto, che erano sempre “contro” qualsiasi pensiero e che, a seconda della voglia di litigare o dell’alcool ingerito o di entrambe le cose, venivano isolati, esclusi dal dibattito e, in alcuni casi, allontanati fisicamente dal bar.
I social hanno solo permesso a queste persone di avere un pubblico.
Un pubblico enorme.
Da una sfera reale ad un campo virtuale, ognuno dei partecipanti si sente forte, dietro il pc a casa propria e libero di poter dire ciò che crede, qualsiasi concetto, in qualsiasi modo.
Se noi, esseri umani, siamo maleducati, giudichiamo con invidia, rabbia e disprezzo chi ha successo o chi ha un’opinione differente, oppure se non sappiamo scrivere o peggio ancora se non ci sappiamo relazionare con il prossimo attraverso semplicissime regole di buon senso e di rispetto, la responsabilità è nostra.
I social sono uno specchio della nostra umanità, fatta di miseria e nobiltà, di meschinità e slanci generosi; se al mattino ci guardiamo allo specchio e ci facciamo schifo, la colpa è forse dello specchio?
Se ricordate bene, tempo fa si sentiva dire spesso che “la società” era responsabile: ora i responsabili sono i social network; e invece, io credo che, anche senza scomodare Confucio e il suo “guardati dentro”, i social network stiano proprio levando la maschera a questa bugia.
Peraltro, la nascita di Facebook è datata 2004 e mi riesce difficile credere che tutti questi danni siano il frutto di poco più di un decennio; naturalmente le radici sono molto più profonde.
Allora, finiamola di dare colpe ad altri e tiriamoci su le maniche.
Nei percorsi di crescita personale, la responsabilità individuale è sempre il primo, vero obiettivo di un essere umano, specialmente nei momenti di crisi e difficoltà.
Da inguaribile ottimista, penso che il mondo del web ci costringerà ad una crescita personale, ci aiuterà a rivedere le nostre posizioni, soprattutto in tema di responsabilità; siamo noi a decidere cosa e come vogliamo essere: sempre. Se abbiamo perso le regole base dell’educazione e del rispetto, possiamo impararle novamente e forse, oggi, lo possiamo fare anche grazie ai mezzi che i social network ci mettono a disposizione e a quei formatori che ci possono aiutare a comprenderne le dinamiche.
Rudy Bandiera ha parlato sul suo blog di questi due mondi che oggi ancora si guardano ma domani ne rimarrà uno solo e, rassegnatevi, non è quello che abbiamo conosciuto noi; le generazioni future hanno un cammino segnato e forzatamente impareranno (lo stanno già facendo) un nuovo linguaggio che molti adulti non conoscono e, peggio ancora, in molti casi, si rifiutano di conoscere.
Così facendo, stiamo mancando il nostro compito e, in maniera ancor più infantile e immatura dei nostri figli, puntando sempre il dito contro la società, la scuola, i social, etc., ci stiamo rifiutando di assumerci le nostre responsabilità; stiamo lasciando soli i nostri ragazzi in un percorso di apprendimento che sarà fondamentale per affrontare il loro futuro e a loro volta, trasmetterlo ai loro figli, la società del terzo millennio.
Se quello che comunichiamo è deresponsabilizzazione, rabbia, invidia, disprezzo, diritto di giudicare e accusare il prossimo, faremo un pessimo servizio alle generazioni future.
Se invece trasmettiamo valori positivi e solidi, non avrà alcuna importanza quali siano i mezzi o i contenuti attraverso i quali si esprimeranno tra venti, cinquanta o cento anni; potremo essere comunque certi della qualità su cui poggerà la società di domani.
E’ vero, per noi adulti, in questo periodo storico di trasformazione, non è semplice affrontare un percorso di crescita personale in cui capire e imparare regole nuove che costituiscono il mondo dei nostri figli.
E’ altrettanto vero che è comunque nostra e solo nostra la responsabilità di trasmettere quelle regole fondamentali che andavano bene quarant’anni fa, che senza alcun dubbio sono ancora valide e lo saranno, almeno per i prossimi quaranta.
Vogliamo farlo?
“Se sapremo collaborare e aiutare a sufficienza, la ricompensa verrà da sé.”
Seth Godin
Buongiorno, grazie per lo spunto di riflessione. Mi permetto di dissentire. Il problema non sta nel fatto che “haters” sono sempre esistiti, quanto nel fatto che in alcuni contesti è più difficile isolarli ed è più facile che si manifestino. In quest’ottica Facebook e i social media non sono da demonizzare, ma è chiaro che non sono solo uno strumento, ma un luogo in cui certi fenomeni, nel bene e nel male, possono risultare amplificati. Dire che serve una maggiore educazione non basta, anche se è un primo passo. Quello che serve è sapere quello che stiamo facendo e dove lo stiamo facendo, cioè essere consapevoli delle conseguenze e conoscere i mezzi di comunicazione che stiamo usando.
Buongiorno Claudia e grazie mille per il suo commento. Naturalmente comprendo il suo punto di vista e parzialmente condivido, soprattutto quando sostiene che in certi contesti è più difficile isolare certi comportamenti. Resto comunque dell’opinione che è solo attraverso l’educazione a questi nuovi mezzi che in futuro potremo conviverci serenamente: purtroppo la generazione adulta è in ritardo su questo campo, a mio parere, sta sempre più spesso abdicando questo ruolo di educazione. In fin dei conti, quando lei dice: “Quello che serve è sapere quello che stiamo facendo e dove lo stiamo facendo, cioè essere consapevoli delle conseguenze e conoscere i mezzi di comunicazione che stiamo usando”, non è forse “educazione”? Una volta ci educavano a stare composti a tavola, a non dire parolacce in presenza di estranei, a comportarci bene, etc.: oggi questo va trasferito ANCHE sui Social Media e qui mi pare che gli adulti non abbiano la competenza per farlo e, peggio ancora, spesso, per quanto mi capita di vedere, si rifiutano di averla.