Splendide, splendenti cicatrici

Sofferenza da nascondere e sofferenza da esibire.

Poco tempo fa ho letto un bellissimo articolo sull’antichissima arte giapponese del “kintsugi”, ossia il valorizzare ed evidenziare le crepe di un oggetto che si rompe, attraverso una polvere dorata.
Nel mio piccolo, se volete in modo anche un po’ banale, anni fa, mi sono fatto tatuare sul corpo le date delle due operazioni che ho subito, 11/3/1999 e 5/1/2007.
Dopo la fine del mio matrimonio, maturai l’idea che, se ero stato sufficientemente preparato ad affrontare le cicatrici di una separazione, lo dovevo certamente alla “scuola” di cicatrici che avevo frequentato grazie alla malattia e in particolare in seguito ai due interventi chirurgici. Pur non conoscendo l’arte del kintsugi, mi sembrò quasi doveroso celebrare quelle ferite ben evidenti sul corpo ma anche nella mia anima, con un segno indelebile.

Rimasi abbastanza colpito dallo stupore incredulo del mio bravissimo tatuatore, quando gli spiegai il significato delle date che gli chiedevo di tatuarmi. Nonostante la sua non giovanissima età, non ricordava che qualcuno gli avesse mai chiesto di rendere permanenti ricordi legati a sofferenze. In effetti, stava proprio nel valore di questa sofferenza, nel suo insegnamento e nel suo superamento, ciò che io volevo in qualche modo rendere incancellabile. Non ero ancora arrivato al ringraziamento nei confronti della malattia che ho maturato recentemente ma certamente ero già giunto ad una buona comprensione della sua fondamentale importanza nel mio percorso.

Oggi, questa incomprensione del tatuatore non mi sorprende più. Ho constatato che la maggior parte delle persone riesce raramente a cogliere nelle esperienze dolorose degli insegnamenti, anche a distanza di tempo; molto più semplicemente, le definisce “negative” e si ritrova a percorrere due opzioni.
Alcuni cercano di cancellarle dalla propria memoria, come se fossero motivo di vergogna; altri, invece, tendono a esibirle in continuazione, agevolati, oggigiorno, dalle potenzialità dei social network. Rientrando nella metafora del kintsugi, possiamo dire che i primi tendono a riunire i cocci con la colla invisibile nel tentativo di nascondere le crepe, mentre i secondi trascorrono molto (troppo) tempo lasciando l’oggetto rotto senza preoccuparsi di ripararlo, come se il valore risiedesse nei cocci e non nella ritrovata e rinnovata funzionalità.

Entrambi gli approcci partono da una non accettazione degli avvenimenti, che può essere assolutamente naturale e umana durante l’elaborazione di un lutto importante come l’insorgere di una malattia o la perdita di una persona cara o una separazione.
Chi prova a nascondere le proprie cicatrici, fisiche o psicologiche, tende a rifiutare il mondo esterno: nessuno mi può capire, nessuno mi può aiutare, nessuno mi vuole abbastanza bene perché a nessuno può piacere qualcuno con le mie cicatrici.

Al contrario, gli esibizionisti eccessivi non hanno la forza di guardarsi e di guardare le proprie cicatrici e tendono a rifiutare l’ascolto di se stessi a vantaggio dell’attenzione che richiedono continuamente verso il mondo esterno e che, attualmente, il mondo esterno, estraneo e guardone dei social network, regala volentieri in dosi massicce.

Forse perché ho fatto (o faccio ancora? O farò ancora?) parte della prima fazione, fatico maggiormente a comprendere l’altra. Osservo con sincera compassione, sapendo quale reale sofferenza ci sia alle spalle, chi, per esempio, si fotografa prima o dopo un intervento chirurgico, anche molto delicato, costruendo diari fotografici dei propri ricoveri o dei periodi di convalescenza, quando, forse, gestire un sentimento naturale e spontaneo come la paura richiederebbe una elevata attenzione nei confronti dei propri moti dell’animo e quindi una buona dose di intimità e raccoglimento privato e personale.

Mi piacerebbe aiutare chi sta soffrendo a comprendere che l’attraversamento di fasi diverse, talvolta anche particolarmente complicate da superare, è inevitabile e addirittura sano e corretto in funzione del superamento stesso. Probabilmente, convincendosi riguardo questo principio, molte persone riuscirebbero ad acquisire una maggiore consapevolezza degli insegnamenti che si ricevono proprio in seguito a esperienze dolorose.

Ogni bambino, imparando a camminare, cade e si sbuccia le ginocchia: per fortuna, la natura lo porta a rialzarsi e a non mettere nemmeno in discussione l’esigenza di imparare a camminare per poi correre, saltare, giocare a palla.
Durante la nostra vita, cadiamo molte volte e molte volte ci fermiamo; solo grazie a queste cadute, rialzandoci e proseguendo il nostro cammino, potremo scoprire e apprezzare la straordinaria bellezza del percorso che ci attende.

“La paura di soffrire è assai peggiore del­la stessa sofferenza.
Nessun cuore ha mai provato sofferenza quando ha inseguito i propri sogni”.
P.Coelho, L’alchimista

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