Madre Paura e le sue carezze

Nella mia vita è capitato molto spesso che mi sia ammalato durante il mese di Settembre, in particolar modo nella seconda metà, fin da quando andavo alle scuole elementari.

Venticinque anni fa in questi giorni, appena diciottenne e dopo appena un anno e mezzo dalla scoperta del morbo di Crohn, venni ricoverato in seguito ad una infezione che mi provocava febbre costante.
Nella stanza a sei letti, c’erano quattro settantenni, un cinquantenne ed io. Uno dei settantenni, un napoletano con problemi epatici, mi disse: “Tu che ci fai qua? Sei giovane, và fuori a divertirti, qui ci dobbiamo stare solo noi vecchi!”

Nell’altra stanza del reparto c’erano due trentenni, uno affetto da morbo di Crohn, l’altro fortemente candidato a diventarlo. Con loro la conversazione era pressoché impossibile per il terrorismo psicologico in merito ai loro problemi di salute con cui si alimentavano vicendevolmente. Raccontavano di fistole grandi come pugni con lo stesso orgoglio con cui un pescatore racconta le dimensioni delle proprie catture. Mi ricordavano il Gatto e la Volpe in Pinocchio. Erano fastidiosi ma innocui, comunque; anche loro, con le proprie armi, stavano combattendo la loro battaglia.

Le specializzande che quotidianamente seguivano il Prof. Conte nel giro mattutino, mi adottarono in pochi minuti. Probabilmente a loro non sembrava vero di poter parlare con qualcuno che non avesse almeno il triplo della loro età o non facesse il cascamorto come pateticamente impegnavano il loro tempo il Gatto e la Volpe. Avevo appena iniziato l’ultimo anno del Liceo, la mia prima scelta per l’Università era Medicina o Psicologia: gli argomenti di conversazione non mancavano.  Grazie a loro e ad un buon spirito di adattamento, trascorrevo giornate poco noiose e mi ero costruito una condizione mentale quasi da settimana di “riabilitazione in centro benessere”, in attesa di rientrare nella mia routine quotidiana, fatta di scuola, di pensieri per la Maturità e di amici.

Ero entrato in ospedale la domenica sera e lunedì mattina era arrivato in reparto un paziente di mezza età con una patologia intestinale compatibile con la mia. Era alto, robusto e tradiva segni di sofferenza solo attraverso l’espressione affaticata del viso. Il corpo appariva tonico e si presentò in tuta, con una borsa sportiva, accompagnato dalla moglie. Giovedì sera, in seguito a complicazioni, quest’uomo lasciò l’ospedale avvolto in un sacco grigio, chiuso con la cerniera.

Non era la prima volta che vedevo la morte da vicino ma era la prima volta che la vedevo così vicina a me; così maledettamente e probabilisticamente vicina a me.

Da diciottenne, mi domandavo: “Ma ci arriverò a 50 anni? E come?” Parlai con il mio migliore amico, Matteo e gli dissi: “L’importante è il cervello: finchè mi funziona, va bene, anche se dovessi essere immobilizzato, ma se non dovessi più esserci con la testa, giurami che mi spari.” Avevo paura.

La prima fase dell’elaborazione del lutto, quella della negazione, era probabilmente terminata quella sera in cui vidi il sacco grigio entrare nel montacarichi al terzo piano del Padiglione Granelli. Ora era iniziata quella della rabbia, naturale e diretta conseguenza di un sentimento paralizzante come la paura. Mi ero improvvisamente reso conto di ciò che mi era capitato con questa malattia e mi sentivo impotente nei confronti del mio futuro. Ero terrorizzato.

A causa del mio stato di salute e della difficoltà a superare il periodo di riacutizzazione, rientrai a scuola solo quattro mesi dopo. Complice anche il mare dell’adolescenza che ognuno di noi stava attraversando con la propria zattera di sogni, i rapporti con i miei compagni di classe si estremizzarono. Ancor più stretti con quelli con i quali ero maggiormente legato e più complicati con gli altri. Per fortuna, la Maturità con le sue ansie uniche e irripetibili incombeva per tutti e fungeva da parafulmine, almeno per i miei stati d’animo.

La rabbia aveva aperto il suo ventaglio di maschere da cui sceglievo quotidianamente quale indossare: il cinico, l’indifferente, l’anticonformista, il ribelle, il menefreghista. Per anni ho vissuto con almeno una di queste maschere.

Ho impiegato nove anni prima di vincere la paura. Anzi, secondo i principi buddhisti, la paura non si può vincere: si può solo comprendere. Accettando la mia paura, il fuoco della rabbia che mi consumava ha iniziato lentamente a spegnersi.

Ho imparato successivamente, anche grazie al Counseling, che la rabbia è figlia della paura: sempre.
Martin Luther King disse: “La paura bussò: il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”.
Questa immagine è perfettamente esplicativa nella sua bellezza. Se restiamo fermi, la paura continuerà a bussare, ma se facciamo un passo avanti, ci accorgeremo che ciò di cui avevamo paura svanisce.

L’aggressività, la violenza e l’odio che spesso vediamo in ogni ambito della nostra società, anche nei più importanti avvenimenti sociali che stanno scuotendo il nostro Continente, sono generati dalla Grande Madre Paura. Molto spesso, la paura di ciò che non conosciamo, di chi è diverso da noi o estraneo, rispetto a ciò che noi identifichiamo come il “nostro” ambiente.
Allora pensiamo di difenderci facendo un passo indietro e costruendo muri, fisici o mentali, delimitando un territorio che in realtà è fatto solo di ignoranza, limitatezza e sofferenza, piuttosto di compiere un passo avanti, a braccia aperte, aprendoci alla conoscenza, all’evoluzione, all’arricchimento e al miglioramento della nostra condizione.

Osho sosteneva che, qualsiasi cosa ti faccia paura è una chiara indicazione su ciò che devi fare; fà semplicemente l’opposto di quello che ti suggerisce la paura.
Credo abbia centrato il punto: del resto, non possiamo pensare di comprendere e superare le nostre paure difendendoci: non c’è nulla da cui difendersi se non la nostra paura.

Basta fare un passo avanti e aprire la porta.

“Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce”. – Platone

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