Elogio del cambiamento come percorso verso la guarigione
In sempre più occasioni mi imbatto nel concetto di resilienza come espressione del superamento delle difficoltà che la vita ci offre.
Essendo un termine ricorrente di cui non avevo mai approfondito l’etimologia, curioso di sapere se fosse figlio di una moda linguistica, mi sono preso il disturbo di approfondire in rete; tra Dizionario Treccani e Accademia della Crusca, trovo la soluzione ai miei dubbi: altro che moda linguistica! L’etimologia è latina (resilire) e, come possiamo immaginare grazie all’uso corrente, esprime l’adattabilità, la capacità di recuperare e ritornare alla propria condizione naturale dopo aver subito un trauma.
Lo troviamo sia in ecologia che in ambito tecnico più allargato: la resilienza non è quindi la resistenza ad un colpo subito, ma una capacità di ammortizzare e assorbire l’energia di un urto, grazie alle proprie caratteristiche di elasticità.
Perdiamo una persona cara? Ci ammaliamo? Veniamo lasciati? Dobbiamo essere resilienti.
Fino ad un certo punto.
Sì, fino ad un certo punto, perché, riflettendoci, non sono così convinto che essere “elastici”, assorbire un dolore per tornare all’equilibrio precedente sia sempre la strada migliore da percorrere.
Immaginate lo strazio che si può vivere quando si perde un genitore, un fratello, un figlio o quando si vive una patologia grave che debilita anche fisicamente in modo determinante rispetto alla nostra quotidianità. Come possiamo pensare di tornare all’equilibrio precedente? E poi, è proprio all’equilibrio precedente che vogliamo tornare? Questa esperienza cosa ci ha lasciato? Siamo identici a prima o siamo “cambiati”?
Cambiamento. Un’altra parola su cui vale la pena fermarci un momento.
Il buddhismo vede nella guarigione, intendendo in questo caso il superamento di un generico trauma, l’opportunità che ci può condurre alla trasformazione, ossia all’elevazione del nostro spirito. Questo processo di trasformazione comporta un cambiamento che è assolutamente naturale nel corso della nostra esistenza.
La vita è un continuo percorso di evoluzione, talvolta purtroppo costellato anche da eventi tragici.
Il nostro cammino è perennemente dinamico: possiamo cercare di accettarlo, assecondarlo e abbracciarlo per un’esistenza in serenità e armonia.
La difficoltà che ci troviamo ad affrontare nasce non tanto dagli avvenimenti che viviamo ma dalla resistenza che opponiamo a questo processo naturale di evoluzione. Noi siamo portati istintivamente a ripararci dietro le nostre abitudini, le nostre piccole certezze quotidiane, anche quando, molto spesso, sono fatte di malessere o insofferenza.
Chiusi nella nostra zona di comfort, rifiutiamo e cerchiamo di evitare ogni variabile che ci obblighi anche al minimo spostamento. Pensiamo, in maniera delirante ed anche estremamente irrazionale, di poter fermare questa legge universale di naturale e costante trasformazione.
“Cambiare – scriveva Tiziano Terzani – è una delle cose più difficili. Il cambiamento ci fa paura e nessuno vuole davvero correggere il proprio modo di vivere. Per questo preferiamo curarci l’asma con l’aerosol, l’allergia con gli antistaminici e il mal di testa con l’aspirina. Questo è molto più facile e molto più sbrigativo che impegnarsi a capire cosa provoca in noi questi malanni. Se scoprissimo poi che sono dovuti all’abitare in una casa che ci è poco congeniale, alla compagnia di gente per cui non proviamo interesse, al mangiare cose sbagliate e al fare un lavoro privo di significato, saremmo disposti a cambiare?”
Seguendo questa considerazione, mi viene da pensare che ogni trauma, ogni sofferenza non siano necessariamente da assorbire con la resilienza di cui parlavamo all’inizio.
Certamente, valori come l’adattabilità o la capacità di “piegarsi e non spezzarsi” sono indubbiamente positivi e preziosi. Tuttavia, personalmente, ritengo che i periodi della nostra vita in cui ci troviamo ad affrontare un lutto o una perdita, siano fasi da attraversare completamente, da vivere fino in fondo.
Soffrire, disperarsi, piangere, sono reazioni naturali, che ci permettono di andare avanti. Possiamo viverle pienamente, senza alcuna vergogna, come una medicina per l’anima, finchè non avremo superato il nostro dolore.
Anche sentimenti come la rabbia o l’apatia non sono certo consigliabili se diventano il copione immutabile della vita quotidiana ma rappresentano comunque passaggi necessari e utili da attraversare, in conseguenza di un lutto.
Ogni evento, anche il più tragico, ci porge un invito a evolvere e a seguire la naturale trasformazione della nostra esistenza.
Più forte sarà la nostra opposizione, maggiore sarà la sofferenza che ci troveremo ad affrontare.
Solo vincendo la paura che ci impedisce di accompagnare questo cambiamento e accettando l’invito, magari talvolta non troppo gentile, che la vita ci riserva, possiamo superare il dolore e giungere alla guarigione.
“Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla.” – Lao Tze
Ti ringrazio per questo articolo, mi hai invitato a riflettere…per come la intendo io, la capacità di assorbire un urto deriva dall’abbandono totale all’evento.Ti entra dentro, ti attraversa e solo allora lo puoi assorbire.Ma il ritornare alla propria condizione naturale non significa tornare all’equilibrio precedente,credo sia più un ripristinare un equilibrio, che sarà per forza di cose, come tu giustamente approfondisci, diverso da prima dell’evento.
un abbraccio
R.
Ti ringrazio di cuore per il commento, Raffaella, molto profondo. Anche il mio amico Maurizio, che mi permetto di citare, su FB ha commentato: “con il termine “resilienza” noi contemporanei definiamo più la capacità di adattamento a mutate condizioni ambientali o sociali che personali. Io, almeno, la vedo come un’adattamento del singolo a cambiamenti dell’ambiente che lo circonda, che non una possibile reazione a fattori unici e personali.” Ognuno di noi sembra dare alla resilienza il proprio significato ma a me ha fatto riflettere maggiormente l’atteggiamento comune che sembra suggerirci un “assorbimento” del lutto ma mette poco in risalto l’insegnamento (e quindi il cambiamento) vero che dal lutto, qualunque sia, possiamo trarne. Un abbraccio