Colgo molto volentieri, con un bel respiro, l’invito di Valeria ad approfondire come la pratica mi abbia aiutato durante il periodo immediatamente successivo alla separazione. Mantengo la promessa di un ulteriore post esclusivamente dedicato a questo tema e ripenso ai miei primi passi di Mindfulness.
Naturalmente esiste sempre un valido motivo per esprimere gratitudine e in questo caso è per me fin troppo semplice individuarlo. In questo periodo la salute di mia madre ha messo a dura prova sia la mia pratica che la serenità familiare. Ritornare con la memoria ad un momento della mia vita in cui la meditazione mi ha dato un supporto importante, assume un valore ancora più curativo.
La separazione avvenne per me in un periodo in cui avevo già sperimentato forme di meditazione legate alla respirazione in un ambito di autodidatta.
Proprio nei mesi successivi conobbi per la prima volta la meditazione Vipassana.
Nella mia storia personale, la Vipassana è stata una sorta di introduzione alla Mindfulness e al suo approccio più occidentale e più vicino alla nostra quotidianità.
Nei giorni trascorsi in ospedale, avevo imparato a concentrarmi sul respiro per “anestetizzare” il dolore. Non ebbi alcuna esitazione a ripetere questa pratica i giorni successivi alla separazione, certamente i più dolorosi.
Spesso, in trasferta per lavoro, mi trovavo a dormire in una stanza di albergo. La sera, per non impazzire inseguendo la mente in mille pensieri, mi coricavo e cercavo di portare l’attenzione al respiro.
Esattamente come 3 anni prima in ospedale, riuscivo spesso a calmarmi.
Questo esercizio mi permetteva di avere almeno una qualità del sonno sufficiente a guidare il giorno dopo, senza correre rischi al volante.
In queste occasioni serali, da solo, senza distrazioni professionali, la mente iniziava ad aggredirmi violentemente e la pratica del respiro mi aiutava moltissimo a placare la rabbia.
Notavo che era molto frequente tornare con la memoria al passato ed elaborare pensieri carichi di risentimento, livore, delusione.
A quei tempi, il principio del “qui e ora” non mi apparteneva.
Quando non mi guardavo indietro, la mente mi catapultava in avanti, troppo in avanti.
Il futuro era una nube nera, carica solamente di problemi e vuota di soddisfazioni: la rabbia in un attimo lasciava il posto all’ansia e alla paura.
Chiaramente non tutte le sere erano uguali: talvolta la mente si placava, altre volte no.
La disperazione prendeva il sopravvento e in quella dimensione di solitudine, probabilmente aveva anche uno sfogo naturale e necessario che mi faceva bene.
Se non ero in grado di osservare i miei pensieri e lasciarli passare come nuvole nel cielo, quanto meno ero consapevole che lasciar fluire la sofferenza aveva un valore terapeutico. L’esperienza della malattia mi aveva insegnato a non reprimere questi momenti, ma accoglierli.
Era dura, ma ci provavo.
Quattro mesi dopo conobbi Lama Michel e il Centro buddhista tibetano di Albagnano.
Lama Michel diede alcuni insegnamenti sull’impermanenza e al termine sperimentai per la prima volta la meditazione del corpo.
Soprattutto le sue parole, in quel momento, mi offrirono la possibilità di distaccarmi dai miei pensieri.
Calmare la rabbia, l’ansia, la paura era importante ma rappresentava l’effimera vittoria di una battaglia.
Lì, per la prima volta, grazie al primo “body scan” del quale all’epoca ignoravo qualsiasi definizione, iniziai a creare una reale distanza e ad osservare le mie emozioni.
L’esperienza di distacco dal mio corpo che la malattia mi aveva forzatamente insegnato trovava finalmente il proprio alveo naturale in cui scorrere liberamente. Per la prima volta avvertivo che quella storia di sofferenza si stava trasformando in grande valore.
Nasceva in quei momenti, per me, la vera incarnazione della gratitudine.
Durante quella pratica, mi sentii improvvisamente spento.
Tutte le lampadine che avevo tenuto forzatamente accese negli ultimi 3 anni, ad un tratto, si fulminarono. Una sensazione iniziale di smarrimento fu seguita da una pace a me sconosciuta. Mi vidi arrivato sulla cima di una montagna.
La mia mente provò a ribellarsi. Dopo circa un’ora mi ridestai e in meno di due minuti ero già fuori dal Centro. Avevo salutato la mia amica Nunnei e mi ritrovavo in auto a guidare verso Milano.
Ma il seme era ormai piantato.
Nei giorni successivi ritornai sia al respiro che a questa nuova pratica del corpo appena scoperta.
Erano due strumenti potentissimi che avrei presto provato ad approfondire incontrando la Mindfulness e che mi hanno guidato fino ad oggi.
“Ho cominciato la pratica del respiro per riportare la calma,
per permettere al corpo e alla coscienza di guarire.
Inspirare, espirare, nutrire e abbracciare.
Abbracciare il corpo e abbracciare il dolore.”
Thich Nhat Hanh