Pronti…separati…Via!

Separazione ed elaborazione del lutto.

Ora la situazione è chiara, netta, la strada segnata: non si torna indietro. Ancor prima di definire eventuali questioni più o meno importanti e per le quali spesso sono necessari anche alcuni anni e avvocati, che possono andare dall’affidamento dei figli alla risoluzione economica di tutto ciò che era condiviso (un mutuo, una casa, investimenti, etc.), la nostra prospettiva cambia. La nostra vita viene disintegrata in ogni sua consuetudine e ci ritroviamo, da soli, ad affrontare i nostri stati d’animo.

Quando mi separai, ebbi una sorprendente sensazione di benessere: nonostante viaggiassi molto per lavoro, nel fine settimana ero pieno di energie, andavo a vedere ogni mostra che mi potesse interessare, rivedevo amici che avevo un po’ trascurato, iniziai un paio di corsi che mi interessavano (tra i quali la scuola di Counseling!) e iniziai ad andare regolarmente a giocare a tennis.
Mi sentivo bene.
Certamente ero consapevole della fine del matrimonio con la persona con cui avevo condiviso la mia vita per 7 anni, ma mi sentivo carico e pronto ad affrontare il futuro con determinazione, energia e ottimismo.

Circa cinque mesi dopo, con i viaggi interrotti e i ritmi lavorativi molto calati, un pomeriggio, mi ritrovai in ufficio, durante una ordinaria e tranquilla routine quotidiana con i miei colleghi, con il cuore che sembrava voler uscire dal petto a colpi di martello. Nell’arco di pochi secondi, da una leggera tachicardia, il battito era arrivato ad un ritmo così violento che ebbi solo il tempo di distanziarmi dalla scrivania e dal computer, cercare di rilassarmi sulla sedia e confidare nel fatto che, se mi fossi accasciato al suolo, i miei colleghi mi avrebbero soccorso.
Per fortuna non accadde nulla del genere, il mio cuore (uno dei pochi organi sani che mi risulta di avere, per altro!) tornò al suo battito regolare, bevvi un bicchiere d’acqua e nessuno si accorse di nulla.
Facendo mille congetture sulle cause, mi tranquillizzai.
Fino al giorno dopo.

Il giorno seguente, circa alla stessa ora, avvenne esattamente la stessa sequenza, con la differenza che una collega notò il mio improvviso pallore e si allarmò non poco, finchè mi disse il più banale “Và dal medico!”.
Riuscì ad essere così convincente che andai la sera stessa, senza appuntamento, spiegando alla segretaria le ragioni del mio arrivo in studio senza preavviso. Alcuni giorni dopo l’elettrocardiogramma evidenziava delle extra sistole da ricontrollare tre mesi dopo; ovviamente, tre mesi dopo non vi era più alcuna traccia.

Quegli episodi mi obbligarono a fermarmi o quantomeno a rallentare, diminuendo per qualche tempo le partite di tennis e le uscite con gli amici; iniziai a sentire la sofferenza, a riconoscere il “male dentro” che in quel periodo di iper attivismo mi ero impegnato a non ascoltare.

Sappiamo che ogni separazione è paragonabile ad un lutto e come tale vive di varie fasi di elaborazione; la prima è quella della “negazione” e io l’avevo attraversata in pieno, in maniera del tutto inconsapevole. Avevo confuso la mia capacità di dirottare l’attenzione su altri interessi con un finto benessere e, peggio ancora, con il superamento stesso della separazione.

Negare, non tanto la separazione in sé, quanto la sofferenza che proviamo specialmente nei primi tempi immediatamente successivi, è normale, è umano. Scappare dal dolore è un istinto vitale che ci permette di sopravvivere; scappare dalla sofferenza, al contrario, è impossibile, se non accettiamo di riconoscerla e attraversarla, per elaborarla completamente e imparare il messaggio profondo che ci trasmette.

Quando ci separiamo, abbiamo amici che ci invitano a feste, amici che ci chiamano in continuazione per sapere come stiamo, amici che ci incoraggiano, che fanno il tifo per noi e che ci coinvolgono in ogni tipo di situazione per farci scappare dalla sofferenza. Naturalmente lo fanno in buona fede e teniamoceli stretti, almeno la maggior parte di loro; non vi è alcuna ragione per rifiutare ogni invito, dalle feste, agli aperitivi, alle cene con “devo farti conoscere XY, anche lei/lui si è separata/o da poco”.

Ricordiamoci solamente che stiamo vivendo una fase; un periodo della nostra vita che può insegnarci molto e dal quale, attraverso il riconoscimento della nostra sofferenza, possiamo imparare a volerci bene e ad acquisire un equilibrio interiore che ci permetterà di avere in futuro relazioni ancora più solide, ricche, piene di gioia.
Ad un tratto ci troveremo a rallentare, fino quasi a fermarci: potrà essere il nostro corpo a darci segnali, come è successo a me, oppure anche una canzone che ci emozionerà particolarmente, o un quadro, o ancora quell’amica/o anche lei/lui separata/o da poco che ci hanno fatto conoscere e che non vedremo l’ora che la serata sia terminata per non vederla/o mai più.

Insomma, non importa quale sia la causa, ad un certo punto ci sentiremo come se fossimo andati a sbattere contro un muro.
Va tutto bene.
Finalmente potremo fermarci, curare le nostre ferite, prestare attenzione a noi stessi.
Ascoltarci.
Volerci bene.

Negare la nostra sofferenza significa negare il nostro passato, che certamente è ricco di tanti momenti che meritano di essere ricordati e di tanti insegnamenti preziosi che probabilmente non abbiamo ancora appreso.
Negare la nostra sofferenza significa negare a noi stessi il futuro, la possibilità di evolvere e andare incontro al nostro destino.

“Perché ti meravigli tanto se viaggiando ti sei annoiato?
Portandoti dietro te stesso hai finito col viaggiare
proprio con quell’individuo dal quale volevi fuggire.”
Socrate

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