Separazione: patteggiamo la pena o il premio?

Separazione o divorzio, avvocati, giudici, tribunali: tranquilli, non vi parlerò di nulla di tutto questo.
Solo proseguendo la lettura potrete capire a quale pena o premio mi riferisco: credo che al termine concorderete con me che si tratta di un livello decisamente più “alto”.

Se gli effetti iniziali della separazione sono stati dapprima quello di negare l’accaduto e successivamente di sfogare la nostra collera, dovremmo arrivare presto o tardi a pensare di “scendere a patti”: se arrabbiandoci, infatti, la Vita non ci regala nulla di buono (e di nuovo), forse potrebbe essere una buona idea provare a chiederglielo per favore. Forse, un po’ di gentilezza, in primo luogo verso noi stessi, non è proprio un’ipotesi tanto folle.

Già, detto così sembra semplice: peccato che “gentilezza” e “noi stessi” nella stessa frase possano essere concetti così distanti per molti di noi, che lo sforzo può diventare ciclopico; solo allora iniziamo a percepire che abbiamo sempre guardato al di fuori di noi, nel bene e nel male, talvolta con benevolenza, talvolta con invidia, rabbia, rendendoci giorno dopo giorno sempre meno sensibili a noi, alla nostra voce interiore e alle nostre reali esigenze, aspettative e ispirazioni.

Andai a giocare a tennis.
La prima cosa che feci per me stesso fu riprendere in mano una racchetta dopo circa 25 anni, perché avevo bisogno di uno sport individuale, quasi “intimo”, per tornare a parlare con il mio corpo. Mi venne da ridere ripensando che trent’anni prima piansi a dirotto quando mio padre, vedendomi ben portato con la racchetta e coordinato nei movimenti, mi chiese se volevo imparare a giocare a tennis: avevo in mente solo il calcio, quello era lo sport che volevo fare e il tennis mi sembrava solo un modo per ritardare l’incontro con il mio vero amore.

Ora, a 36 anni, il calcetto, con tutti i risvolti fantozziani del caso, sarebbe stato troppo caotico per la mia necessità di interiorizzare. Avevo bisogno di un maestro che, senza pensare di portarmi a Wimbledon, entrasse in sintonia con la mia dimensione molto simile a quella di un post-infartuato: tranquillità, programmazione, impegno, regolarità, pazienza. Trovai Mauro e, anche in questa occasione, non avrei potuto essere più fortunato; condividevamo diversi interessi e l’ora di tennis diventò molto presto una “bolla” in cui mi ritrovavo molto volentieri.

Poco dopo, iniziai la scuola di counseling.
Il corpo, piano piano, si stava riprendendo così pensai che quella nuova realtà che proprio la mia ex moglie mi aveva introdotto poteva essere una ottima lente attraverso la quale osservarmi e meritava un maggiore approfondimento.
Vi risparmio il resto della storia (per questa volta…): credo sia facilmente intuibile cosa abbia rappresentato per me il counseling negli anni successivi.

Naturalmente non sto consigliando tennis e counseling a chiunque si trovi a vivere una separazione: abbiamo già un ministro che suggerisce il calcetto e non me la sento di entrare in competizione con tanto spessore culturale.
Il corpo e lo spirito, come avevano scoperto già diversi secoli fa, sono molto importanti e dopo un periodo di forte stress come una separazione, sarebbe consigliabile iniziare anche da piccoli stimoli per risvegliare entrambi: un’attività fisica anche leggera e una meditativa, introspettiva, per riconnetterci con la nostra anima.

Piano piano, senza sforzi, con l’intenzione di rieducarci all’ascolto di noi stessi, con gentilezza e attenzione, utilizzando e sviluppando un atteggiamento mindful, per utilizzare un termine sempre più riconosciuto e con cui mi sento particolarmente in sintonia.
Se esageriamo con queste attività, possono diventare un ulteriore strumento per spegnerci, per non sentire, per rimanere scollegati e allontanarci ulteriormente dal nostro cammino; anziché uno stimolo graduale e gentile verso noi stessi, si possono trasformare nell’ennesimo modo per bastonarci, umiliarci, farci sentire incapaci, inadeguati, impreparati.

La gentilezza verso noi stessi riguarda molto da vicino la capacità di osservarci, come se potessimo guardarci da fuori, in un film.
Proprio come facciamo con i protagonisti di alcune sceneggiature, dovremmo essere i nostri primi tifosi, pronti a incoraggiarci, a spronarci; questo non significa trovare giustificazioni per ogni nostra debolezza: al contrario, vuol dire comprendere le nostre mancanze con un sentimento di indulgenza e trovare le forze necessarie per rialzarsi dopo una caduta, anche dolorosa, impegnarsi a fare un po’ meglio di prima, imparando dove possiamo crescere.

Buddha disse che nemmeno il tuo peggior nemico può farti tanto male quanto i tuoi pensieri; in questa fase, definita anche con un pizzico di ironia, del “patteggiamento”, ci troviamo letteralmente di fronte ad un bivio decisivo per la nostra evoluzione: solo in base alla nostra capacità di sviluppare maggiore consapevolezza e maturare quindi pensieri costruttivi, potremo imboccare la strada della crescita personale e non quella lastricata dal ripetitivo susseguirsi di storie di sofferenza.

La Vita ci insegna una lezione fino a quando non l’abbiamo imparata.
Proviamo a fare sempre nuovi errori.

“Assicurati che il tuo peggior nemico non viva tra le tue orecchie.”  – Laird Hamilton

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