A quanti di voi, in un momento in cui eravate in preda alla rabbia o alla disperazione o alla paura, è venuta la tentazione di correre a perdifiato senza alcuna meta o direzione, semplicemente per allontanarvi il più rapidamente possibile dalla situazione in cui vi trovavate?
E quanti di voi lo hanno fatto? E cosa avete fatto quando vi siete fermati?
Probabilmente avete pianto.
A distanza di un anno dalla separazione, ero ancora decisamente agitato nei miei pensieri: realizzare la mia condizione di solitudine, a 38 anni, mi aveva determinato una rabbia interiore che non accennava a placarsi, soprattutto perché non riuscivo a trovargli una direzione verso la quale incanalarla. La mia ex moglie era un bersaglio tanto facile quanto stupido; almeno quel tipo di auto inganno riuscivo ad evitarlo.
Avevo un lavoro molto buono e una ottima condizione di salute grazie alle nuove terapie biologiche ma per il resto non avevo una compagna, non avevo una famiglia, non avevo dei figli. Per me significava una parola sola: fallimento.
Il Counseling mi stava aiutando a leggere meglio il mio passato ma la ferita della separazione era troppo fresca per avere una accettabile lucidità.
Volevo cambiare tutto.
Iniziai a cercare una nuova casa, più grande e più distante dai miei genitori: nonostante il loro massimo rispetto e la loro capacità di mantenere certe distanze, mi sentivo oppresso, braccato.
Ogni eventuale contatto con l’altro sesso doveva essere lontano da occhi indiscreti, in un nuovo quartiere dove fossi un perfetto sconosciuto e, soprattutto, ogni rapporto doveva essere improntato trasparentemente fin dal primo minuto al disimpegno totale.
Ancora una volta, ci volle un altro dolore a risvegliarmi.
Mia nonna materna, Carmela, 96 anni, malata di Alzheimer e da alcuni anni in una casa di riposo dove periodicamente andavo a trovarla, ebbe una crisi molto grave. Era il giorno del compleanno di mia madre e la mia telefonata al mattino presto ebbe una risposta del tutto inaspettata.
La accompagnai immediatamente in auto e la trovammo a letto, in stato incosciente, con gli occhi chiusi e tremante; quando le diedi la mano e le feci sentire la mia voce, mi afferrò, impedendomi di staccarmi, con una forza ed una energia sorprendente che mi attraversò tutto il corpo come una scarica elettrica.
Scoppiai a piangere come non mi era mai successo prima nella mia vita.
La persona che più di chiunque altra mi aveva insegnato a ridere, mi stava facendo piangere tutte le mie lacrime, smascherandomi proprio durante l’ultimo saluto.
Lei, che solamente tre anni prima aveva avuto un permesso dalla Casa di Riposo per venire al mio matrimonio e trascorrere la sua ultima giornata di gioia nel “mondo fuori” e che non smetteva mai di ripetermi quanto fosse felice per me, non sapeva della mia separazione; non avevo avuto il coraggio di dirle nulla, a prescindere dalla sua capacità intermittente di comprendere.
Ero certo che, se le avessi parlato, avrebbe capito e sofferto: mi sembrava inutile.
O, forse, il mio era solo un altro modo per scappare dalla mia realtà.
Una decina di giorni dopo ci lasciò, ma ormai il nostro saluto era stato profondo e definitivo.
Avrebbe saputo in altro modo della mia separazione e da quel momento non avrei più potuto nasconderle nulla: due giorni dopo il funerale, feci la mia corsa lontano da tutto e da tutti, andando per alcuni giorni in montagna da solo.
Nei posti dove ero cresciuto e dove, da bambino, avevo trascorso momenti di straordinaria spensieratezza, anche con mia nonna Carmela, potevo leccarmi le ferite, finire di piangere e provare a spegnere quella rabbia che mi stava consumando.
Se realmente desideravo una compagna e una famiglia, il mio atteggiamento non era certo il migliore per poter costruire una vita con qualcuno accanto: guardando la mia rabbia da una certa distanza, mi vidi riflesso in uno specchio deformante, dove il desiderio di “essere come gli altri”, come tutti i miei amici, con moglie e figli, mi aveva allontanato dalla mia strada, unica e imprevedibile.
Ero arrabbiato con quella immagine di me che non ero riuscito a diventare, ma che probabilmente era destino che non diventassi, almeno per il momento.
Il mio fallimento, quindi, era un’illusione derivante da questa immagine deformata: se la compagna della mia vita doveva ancora comparire lungo il mio percorso, non esisteva alcun fallimento ma solamente una tappa nella ricerca, non c’erano errori da correggere ma insegnamenti da comprendere, non c’erano colpevoli da accusare, ma maestri da ringraziare.
Passeggiando nei boschi, pensai che la rabbia e il perdono erano uniti da un legame fortissimo: entrambi ci sembrano rivolti verso il prossimo, invece agiscono per il nostro benessere, dentro di noi. Quando riusciamo a spegnere la rabbia e far fiorire il perdono, iniziamo il nostro vero processo di guarigione; molto probabilmente, non esiste perdono senza rabbia.
Solo attraverso la notte si può giungere ad una nuova alba.
Quella “notte” mi aiutò a capire quanto ero lontano dalle mie vere emozioni e quanto la rabbia mi impedisse di avvicinarmi ai miei sentimenti, impedendomi di entrare in contatto con me stesso: ora comprendevo il motivo per cui si dice che la rabbia renda “ciechi”.
Se non fossi riuscito prima a trovare me stesso, a vedere il mio vero “me”, non avrei mai potuto trovare un’anima gemella.
Il Counseling, nei mesi successivi, mi aiutò molto a riaprire gli occhi e, soprattutto, a mantenerli aperti; realizzai che la rabbia era solo una maschera per nascondere la paura e questo, paradossalmente, mi tranquillizzò: grazie alla malattia, infatti, avevo una certa confidenza con la paura; iniziavo a giocare su un terreno che conoscevo bene. Esplorare le mie paure sarebbe stato un esercizio in cui mi sentivo preparato.
E’ con queste paure che ognuno di noi, nel superamento di una separazione, deve fare i conti: la rabbia è solo una maschera che ci confonde, ci inganna, ci distoglie e ci allontana dalla verità.
La rabbia, con la sua carica di aggressività, ci fa sentire pronti, forti e reattivi: al contrario, è una fuga che ci indebolisce, allontanandoci dalla traiettoria che l’Universo ha disegnato per noi.
Il nostro compito è attraversare questa fase fondamentale, capendo con quali paure dobbiamo entrare in contatto per affrontarle, superarle e trasformarle in esperienze e insegnamenti.
E risorgere, come l’alba dopo la notte.
“Quando sai che non puoi più sfuggire alla tua sofferenza, devi sperimentarla
e devi lasciarti mangiare dalla tigre, perché non puoi più scappare da essa.
Una volta che la tigre ti ha divorato, non resta più alcuna paura.
Rimane solo la tigre”.
Anette Carlstrom