Strane abitudini.
Quando frequentavo il Liceo, la mia giornata era scandita da abitudini e orari regolari: compiti, verifiche, interrogazioni; tornavo a casa alle 13,30, pranzavo e nel pomeriggio studiavo.
A prescindere da qualunque cibo assumessi a colazione, pranzo e cena e da qualunque tipo di giornata mi aspettasse a scuola, un compito in classe di matematica o la tranquillità assoluta, avevo notato che il mio intestino mi “chiamava” in bagno sempre negli stessi orari, sia a scuola durante il mattino sia a casa nelle ore pomeridiane. Quando invece capitava che le lezioni saltassero a causa di manifestazioni del movimento studentesco e di conseguenza si stravolgeva il ritmo della mattinata, questi orari cadenzati si stravolgevano bruscamente e il mio intestino, come se fosse sorpreso dalla interruzione delle consuete abitudini, diminuiva drasticamente le sue “chiamate”.
Iniziai a pensare che l’intestino avesse una propria memoria, che fosse un organo “pensante”, ma i dottori snobbarono cortesemente questa mia osservazione durante le visite di controllo.
All’Università, nonostante cercassi di pranzare il più possibile a casa e l’alimentazione che seguivo fosse sempre attenta, il mio intestino aveva comunque assunto le stesse fastidiose quotidiane abitudini, “chiamandomi” a orari fissi e regolari.
A quel punto decisi di fregarmene del parere dei medici e, compatibilmente con gli orari delle lezioni, cercavo di “spezzare il ritmo” ogni due-tre giorni, pranzando fuori oppure a casa, ma a un orario decisamente inusuale rispetto alle consuetudini, anticipando o posticipando il pasto. Incredibile…funzionava!
Ovviamente non registravo miglioramenti veri e propri, ma la qualità delle mie giornate tendeva a migliorare e, cosa ancor più importante per me che stavo iniziando un percorso nuovo di conoscenza del mio corpo, dopo la scoperta della malattia, il comportamento del mio intestino era evidente e inequivocabile: aveva una memoria interna.
Altrettanto evidente era la differenza tra il regime alimentare rigido che dovevo seguire durante tutto l’anno e quello che potevo tenere in vacanza.
Durante i soggiorni di studio di un mese a Berlino e Londra che frequentai negli anni universitari, lo stravolgimento forzato delle abitudini alimentari per un periodo così lungo non mi causava alcun problema; eppure anche durante questi periodi avevo un ritmo cadenzato (mattina a scuola, pomeriggio a fare il turista, sera spesso a divertirsi), ma la mia regolarità intestinale era sorprendente.
Il mio intestino “pensava”.
Non ero pazzo.
Casualmente, o forse no, negli ultimi giorni mi sono imbattuto in alcuni articoli aventi per argomento l’intestino e la sua capacità di agire come “secondo cervello” per l’organismo umano. In alcuni casi mi verrebbe da pensare che sia il primo e unico!
La tesi secondo cui l’intestino sia il nostro secondo cervello non è nuova: il neurobiologo americano Michael Gershon, nel suo libro “Il secondo cervello” parla dell’esistenza di un Sistema Nervoso Enterico (ENS), una articolata trama di neuromediatori, indipendenti dal sistema nervoso centrale, in grado di controllare la funzionalità e l’assorbimento gastro-intestinale. Questi neuromediatori sono capaci di immagazzinare ricordi, stati d’animo e influire in modo decisivo sull’umore e il benessere dell’individuo. In sintesi, l’interfaccia con il mondo esterno non è rappresentata solo dall’epidermide, ma anche dall’apparato gastro-intestinale, attraverso il quale transitano cibo e bevande, provvisti di una carica microbica decisamente impegnativa per il nostro sistema immunitario.
Una neurologa americana, Candace Pert, ha dimostrato che i pensieri e i sentimenti sono mediati dalle stesse sostanze chimiche cerebrali, neurotrasmettitori, che regolano le difese immunitarie del corpo; essi non sono relegati unicamente nel cervello, ma vengono prodotti anche dal cuore e dall’intestino.
Cervello, cuore, intestino: ma chi comanda? Chi genera i nostri pensieri? Chi costruisce le nostre abitudini? O, meglio, dove li generiamo? Nel cervello o nel cuore? O addirittura, nell’intestino?
Quante volte abbiamo preso una decisione “di pancia”?
Anche il linguaggio che usiamo correntemente non aiuta a chiarirci le idee, anzi: il cervello è visto comunemente come la parte razionale e il cuore, al contrario, come la parte emotiva.
Ma è davvero così?
Buddha sosteneva che noi diventiamo ciò che pensiamo.
Circa 2500 anni dopo (il sapere e la scienza hanno tempi diversi…), l’Institute of Heartmath della California e in particolare il biologo cellulare americano Bruce Lipton, ha dimostrato che le emozioni producono un cambiamento del campo elettromagnetico del cuore, in positivo o in negativo, rafforzandolo o indebolendolo e, conseguentemente, la variazione di questo campo elettromagnetico attiva nelle cellule delle reazioni a catena che possono essere benefiche o patologiche per la cellula stessa. Ciò significa che le nostre emozioni, così come i nostri pensieri, sono vibrazioni, energia che influisce direttamente sul nostro stato di salute.
Gli studi hanno dimostrato che nel cuore ci sono 40.000 cellule cerebrali e che cuore e cervello si influenzano vicendevolmente dal punto di vista degli stimoli nervosi ma il cuore manda molti più stimoli al cervello di quanti ne riceva, avendo una componente magnetica cinquemila volte più potente. Non solo: le comunicazioni del cuore al cervello possono alterare il funzionamento di quest’ultimo; se il cuore invia al cervello sensazioni piacevoli derivanti da belle emozioni, il cervello aumenta la propria capacità di elaborare nozioni.
Pertanto, sentimenti negativi quali paura, rabbia o depressione sono in grado di alterare il nostro stato vibratorio, producendo un campo elettromagnetico caotico e disordinato e rendendo il nostro organismo molto vulnerabile; al contrario, sentimenti positivi quali la condivisione, la collaborazione, la gratitudine, l’amore creano un campo vibrazionale forte, coerente e potente, con importanti conseguenze su di noi a livello fisico, emozionale, economico, intellettivo, relazionale e spirituale.
Forse, non ha molto senso chiedersi dove nascono i nostri pensieri; una domanda migliore sarebbe: quali pensieri, emozioni e sentimenti vogliamo scegliere e vivere? Quali abitudini nocive per la nostra salute siamo disposti a cambiare?
A seconda delle nostre risposte, “sentiremo” questi pensieri e questi sentimenti attraverso il nostro cuore, la nostra pancia, la nostra mente.
Narra una leggenda indiana che in ognuno di noi convivono due lupi: uno vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, menzogna ed egoismo; l’altro vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede.
Quale dei due vince? Quello che nutriamo di più.
A noi la scelta.
“Il tuo peggior nemico non può farti del male
tanto quanto i tuoi pensieri non controllati.”
Buddha