Cadi e rialzati ascoltando il tuo corpo

Il mio corpo presenta numerose cicatrici ed ognuna di loro mi suscita diversi ricordi.  Ogni 11 marzo i ricordi vanno, anche solo per qualche istante, alla mia prima operazione; questo, però, è un 11 marzo speciale per me. E' il ventesimo da quel giorno. 

Esci da questo corpo!

Venti anni fa risalivo dalla sala operatoria e, ancora sotto l’effetto dell’anestesia, avevo addosso una energia inspiegabile.
Mi hanno raccontato che gli infermieri continuavano a rimettermi la maschera dell’ossigeno che io insistevo a togliermi. Quando il medico, rassegnato, gli disse di lasciarmi pure senza ossigeno, spalancai gli occhi, guardai verso l’alto e mi accorsi che potevo raggiungere il sostegno sopra la mia testa.
Incurante delle flebo, dei drenaggi, della decina di ramificazioni di plastica che mi rendevano più simile ad una figura mitologica che ad un essere umano, afferrai quel sostegno e mi sollevai sulla schiena, mettendomi seduto sul letto.
Mio padre chiese al medico se non sentissi dolore e questi gli rispose: “Dovrebbe…”

Intervenni serenamente dicendo che ero scomodo e mi faceva male la schiena; la risposta fu: “La schiena dovrebbe essere l’ultimo dei tuoi problemi…”.
Aveva ragione, il medico: il mio corpo martoriato aveva 33 punti di sutura e due drenaggi nell’addome, infiniti punti interni per le resezioni intestinali, un sondino naso-gastrico e altre appendici che non sto a elencare.
Eppure, sempre per il mio corpo poiché la mia mente era poco presente, la scomodità della schiena era prioritaria.
Vai a spiegarlo tu al medico…

L’alluvione

Non ero stato sempre così coraggioso, prima dell’intervento.
Ero entrato in ospedale il giorno prima, al mattino e avevo iniziato tutta la preparazione, fatta non solo di digiuno assoluto ma anche di una serie di attività fastidiose che alcuni infermieri riescono, talvolta, a renderti simpatiche.
Non fu il mio caso.
Nel primo pomeriggio, mentre ero nel bagno all’interno della camera, mi ritrovai a piangere.
Fu un pianto che arrivava da molto lontano, prima lento, singhiozzato, poi via via sempre più sostenuto, finché non ruppe gli argini e tracimò ogni ostacolo che aveva trovato fino a quel momento.

Iniziai a piangere a dirotto.
Non riuscivo a fermarmi, non volevo fermarmi.
Andai avanti per ore e ore, provocando la seria preoccupazione degli infermieri e dell’anestesista.
Fu un pianto liberatorio.
Il mio corpo si stava svuotando di tutto ciò che mi aveva oppresso nei dieci anni precedenti, dalla diagnosi di morbo di Crohn in poi.
Mi fermai poco prima di essere portato in sala operatoria, la mattina seguente.
Eppure non sapevo quando mi avrebbero caricato sul lettino, dalle 8 in poi avrebbe potuto accadere in qualsiasi momento.
Arrivarono alle 14,30.
Ero rilassato.
Il mio corpo aveva evidentemente concluso il suo processo di svuotamento.
Ero pronto per fare spazio ad altro.

La ricostruzione

I giorni successivi all’operazione furono decisamente gradevoli.
Rimasi dieci giorni in una camera singola a causa di alcuni spostamenti resi necessari della suddivisione tra uomini e donne. Meglio che in hotel.
Una mattina, un meraviglioso raggio di sole entrava dalla finestra; era così caldo che decisi di scendere dal letto, spalancare i vetri e sedermi sulla sedia a godermi quel primo tepore primaverile.
Le infermiere si erano ormai abituate a qualche mio atteggiamento stravagante, soprattutto Roberta, che mi adorava.

Il giorno dopo l’operazione, convinsi la signora delle pulizie ad aiutarmi per sedermi sulla sedia, al tavolo. Restai lì per due ore. Roberta mi intravide casualmente passando in corridoio e mi chiese terrorizzata come avevo fatto ad alzarmi. Le spiegai serenamente cosa avevo fatto ma che non immaginavo di rimanere così a lungo fuori dal letto.
Il mio corpo mi stava maledicendo; pur restando seduto, avevo male ovunque e una volta a letto, avevo il fiatone come se avessi corso una maratona. Ero stato imprudente.
Roberta si fece una risata e mi disse: “Meno male che non sono passati i medici altrimenti mi facevano licenziare!”.

Una sera stavo ascoltando per radio la partita di ritorno di Champions League della Juventus contro l’Olympiakos. Al gol di Conte, che portava il risultato sull’ 1-1 e decideva la qualificazione, esultai in modalità muta ma prendendo ripetutamente a schiaffi il portaflebo appeso alla piantana.
Non mi ero reso conto, anche a causa degli auricolari nelle orecchie, che nel silenzio delle dieci di sera, quel rumore era facilmente percepibile in tutto il reparto.
Roberta accorse preoccupata e io mortificato le dissi sottovoce: “Scusa, scusa, ha segnato la Juve…”

L’alleanza

Nacque una complicità che mi aiutò a recuperare in fretta e con un atteggiamento positivo. Concordammo che mi avrebbe somministrato gli antidolorifici solo quando sentivo dolore e non secondo la tabella imposta.
Ascoltavo il mio corpo, mi spingevo al limite morbido della mia sopportazione, senza eroismi: magari una volta durante il giorno, poi prima di dormire.
Poi, solo prima di dormire.
Poi basta.
Roberta aveva un grande rispetto e una grande attenzione per me ma soprattutto aveva una grande fiducia in ciò che le dicevo.
La stessa attenzione e fiducia che cominciavo ad avere io nei confronti del mio corpo, restando in ascolto costantemente dei suoi messaggi.
Una forma di rispetto e di cura che nasceva anche dal vederlo ferito, tagliato e cucito come un cappone ripieno a Natale.
Ma pronto a combattere e a rinascere.

Buon compleanno!

Ecco perché oggi ho voluto raccontarvi di questo mio anniversario, felice e importante per me.
Tanto felice e importante per me che alcuni anni dopo ho voluto tatuarmi questa data.
Ho voluto lasciare un segno indelebile, sul mio corpo, del giorno in cui sono “rinato” e ho cominciato ad ascoltarlo realmente in modo attento e profondo.
Se è vero che durante la vita, ogni essere umano nasce più volte, questo giorno è per me come un compleanno.
Ascoltiamo la saggezza del corpo.
Nasciamo diverse volte.
E ogni volta impariamo a conoscerci meglio.

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