La felicità ti fa paura? Come ti aiuta la Mindfulness

Eduardo De Filippo, in una delle sue acrobazie intellettuali per conciliare ogni aspetto della sua essenza, era solito ripetere: “Non sono scaramantico, perché porta sfiga”.

Ognuno di noi dice di volere la felicità. Eppure, nel momento in cui realizziamo di poter esprimere soddisfazione per una situazione che stiamo vivendo e che delizia la nostra esistenza, viene improvvisamente frenato da uno strano demone. Ammettere, a noi stessi ancora prima che agli altri, che “le cose stanno andando bene” è difficile. Sembra quasi che esternando taluni concetti la situazione benevola che stiamo vivendo possa fuggire via insieme con le parole che pronunciamo.

Felicità, istruzioni per l’uso

A evidenziare ulteriormente questo quadro, se riflettiamo, è il fatto singolare che quando parliamo di ”accoglienza”, siamo naturalmente portati a pensare che la sfera da accettare sia il dolore e la sofferenza, tutto ciò che consideriamo il brutto della vita. Ma siamo sicuri di essere capaci di accogliere il bello? Qualche tempo fa, un partecipante ad uno dei miei corsi di Mindfulness, si trovò a comporre una lista di avvenimenti sgradevoli capitati in una giornata. Ne trovò presto una decina e, sconfortato, si fermò raccontando di aver grosse difficoltà nella gestione e nella accettazione di quei momenti, che gli suscitavano costante rabbia e stress, soprattutto nei confronti di altre persone.

L’incontro successivo, al momento di indicare quali momenti gradevoli aveva vissuto in una giornata appena trascorsa, faticò a trovarne anche uno solo. Non riusciva a scorgere un momento gradevole in tutta la sua quotidianità, definendo la maggior parte delle attività che svolgeva “situazioni normali”. La sua forte convinzione di non essere in grado di gestire tutte le contrarietà della vita era quanto meno una prospettiva incompleta. I doni che la sua stessa esistenza gli elargiva quotidianamente sotto forma, solo per citare alcuni esempi, di famiglia e vita agiata non erano nemmeno percepiti.

La nostra storia siamo noi

Poiché abbiamo esordito citando Eduardo, immaginiamo per un attimo la nostra vita come una commedia, in cui possiamo ricoprire sia il ruolo di regista sia quello di attore protagonista e anche quello di spettatore. Ognuno di questi tre ruoli è fondamentale e la sintonia tra loro è alla base del nostro equilibrio e della nostra consapevolezza.
Se manca il regista, la nostra commedia non ha una trama che abbia un senso logico, una direzione: navigheremmo perennemente a vista nel mare della Vita.

Qualora sia l’attore la parte assente, qualsiasi commedia, anche quella potenzialmente ricca di opportunità e avventure, finirebbe per essere piatta e priva di empatia, e non essere neanche portata in scena. Infine, se è lo spettatore / osservatore a mancare, verrebbe a mancare la parte di noi che sta in ascolto e che riesce a prendere una minima distanza dalle situazioni. Quando invece il nostro mondo interiore è popolato da questi tre personaggi che imparano a parlarsi, ascoltarsi e rispettarsi, dandosi reciprocamente spazio come e quando serve, abbiamo il giusto mix di progettazione, azione e osservazione.

E poi, chi ci applaude?

Nelle situazioni che tendiamo ad identificare come sconfitte o fallimenti, possiamo fermarci a riflettere per comprendere l’insegnamento che stiamo ricevendo. Altre volte, invece, possiamo fermarci per festeggiare e dirci che siamo stati bravi. Qui mi viene per un attimo spontaneo calcare la mano e affermare che dobbiamo festeggiare i nostri successi ma sapete quanto il concetto di dovere sia poco in linea con i principi della Mindfulness. Resterò quindi fedele al piano di volontà e di possibilità di scelta che ogni individuo è sempre libero di esprimere.

Perché festeggiare? Penso che anche questo abbia molto a che fare con la consapevolezza. Come per le fonti negative di stress, tendiamo ad innescare il pilota automatico per reagire e non prendiamo coscienza dei nostri comportamenti, sconnettendoci dalla realtà . Allontaniamo il processo di comprensione. Allo stesso modo, nei momenti di gioia, siamo portati più frequentemente verso lo stordimento, mentre la reale celebrazione di un percorso è spesso trascurata.

Stress equanime

In questa prospettiva, la nostra reazione allo stress, positivo o negativo che sia, diventa la medesima: allontanarci dalla situazione.In particolar modo, nei casi in cui possiamo esprimere la nostra gioia, tendiamo a percorrere due opzioni. Ignorarla, per paura che svanisca, oppure esprimerla in forme eccessive, oserei dire stordendoci.
L’idea che per festeggiare si debba in qualche modo perdere il controllo o fare qualcosa di assolutamente fuori dall’ordinario è sempre molto ben presente, non solo tra i più giovani.

Allenarsi al bello e al buono

Come dicevo, anche per l’accoglienza delle buone notizie, la consapevolezza riveste un ruolo fondamentale; non mi sorprende ormai più la reazione attonita e smarrita di alcuni miei interlocutori quando dico loro che la consapevolezza è il modo migliore per godersi la vita. Nello specifico, ci sono due concetti sui quali vale la pena porre la nostra attenzione: l’impermanenza e la gratitudine. L’impermanenza ci ricorda che nulla è per sempre; non lo è il dolore così come non lo è la gioia. Se mi concedete il paradosso, ciò che non cambia mai è il cambiamento.

Impermanenza

Bene e male, così come li intendiamo noi esseri umani, limitati nella capacità di comprendere la realtà per come si manifesta, si inseguono continuamente alternandosi nelle stagioni della nostra esistenza. L’accoglienza del dolore rappresenta solo una parte della nostra comprensione del concetto di impermanenza. Anche la gioia può essere accolta senza mai dimenticare che, come ogni cosa, è transitoria e passeggera; non esprimerla per paura che possa svanire, come se potessimo aggrapparci per sempre ad essa, è illusorio. Svanirà. Ritornerà. Poi svanirà nuovamente e tornerà ancora.

Apriti al bello

Il secondo concetto è quello di gratitudine. Anche in questo caso, la vediamo spesso come una tappa di un processo che nasce da una situazione di difficoltà e dalla quale, attraverso un percorso di sofferenza, arriviamo ad apprendere un prezioso insegnamento.
In realtà, la forma di gratitudine che possiamo realmente allenare e stimolare, è molto più alla nostra portata e parte proprio dal prendere coscienza della bellezza delle piccole cose, che ci circondano momento per momento, ogni istante della nostra Vita.

Per esprimere gratitudine a Dio, alla Natura, all’Universo, all’Uno (come vogliamo chiamarlo è un problema solo nostro) è sufficiente guardarsi intorno. Possiamo iniziare dai nostri genitori, i nostri compagni di vita, i figli, gli amici, chi ci vuole bene in generale.
Proviamo ad andare per la strada e fermarci ad ammirare dei bambini che giocano, un cane che ci viene incontro scodinzolando, un albero in fiore, una panchina in un parco dove possiamo riposare, un angolo suggestivo, una bella canzone, un quadro, un monumento.
Possiamo espandere la nostra gratitudine per il cielo, il sole, la pioggia, le stelle (le guardiamo mai, le stelle?), per un’alba o per un tramonto, magari senza fotografarlo e postarlo su Instagram, semplicemente per goderselo, restando lì il tempo necessario per riempire di bellezza la nostra anima. Fino all’orlo.

Questo tipo di apprezzamento e di stupore per la meraviglia che ci circonda non comporta alcuna sofferenza precedente, ma solo una volontà di osservazione e di apertura.

In…pratica?

Proviamo ora a incamminarci concretamente verso la nostra felicità e ad allenare la nostra consapevolezza attraverso due esercizi, uno di pratica formale e uno informale.

La pratica formale dedicata all’impermanenza che voglio consigliarvi è la meditazione dei suoni.
Cosa, meglio di un suono, può allenarci a non aggrapparci e a lasciare andare?
Vi invito allora a praticarla all’aperto, per esempio in un parco, ora che la primavera ci regala giornate meravigliose.
Cercate una panchina e sedetevi comodi mantenendo una postura eretta. Potete chiudere gli occhi o tenerli leggermente socchiusi fissando un punto a terra, un paio di metri di fronte a voi. Portate la vostra attenzione ai suoni che vi circondano: bambini che giocano, genitori che chiamano, cani che abbaiano, il traffico.

Ognuno di questi suoni va e viene; arriva nel nostro panorama sonoro, resta più o meno a lungo regalandoci una sensazione gradevole o sgradevole, oppure può anche non suscitare alcuna sensazione. Presto o tardi, ogni suono ci lascia.
Esattamente come nella vita, le situazioni arrivano e prima o poi ci lasciano, per fare spazio ad altro. Possiamo imparare dai suoni a non aggrapparci alla realtà che stiamo vivendo perchè la sua natura è temporanea, impermamente, in continua trasformazione.

Come pratica informale, per sperimentare la gratitudine, invece, vi suggerisco di scrivere a voi stessi un messaggio prima di andare a dormire.
Vi ricordate quel capolavoro del cinema che è “Non ci resta che piangere”? Una figura inquietante ammoniva Massimo Troisi: “Ricordati che devi morire!”. La risposta era esilarante: “Mò me lo segno…”
Volete ricordarvi di ringraziare? Segnatevelo!

Ogni sera, prima di andare a dormire, scrivete tre biglietti. Un grazie a voi stessi, un grazie ad una persona, un grazie alla Vita, per una situazione che avete vissuto.
Ogni sera.
Potrebbe risultare molto difficile le prime volte, ma con la pratica costante vi ritroverete presto ad avere l’imbarazzo della scelta.
Inoltre, se scegliete i famosi biglietti adesivi colorati, potrete disseminare la vostra casa di messaggi per ricordare a voi stessi e ai vostri cari di dire grazie!

E voi, qui e ora, da cosa volete iniziare a dire grazie?

Pubblicato su Yoga Journal, Aprile 2018

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