Educazione e haters: Gandhi aveva torto?

Perchè non pensare a corsi di Mindfulness per gli haters? O forse sarebbe sufficiente la vecchia e sana buona educazione?

Qualche giorno fa Repubblica ha pubblicato un’intervista (che potete leggere qui) ad un uomo che è stato denunciato per insulti via web. Di questo signore preferisco inserire solo le iniziali del nome e cognome, D.L., per non dare ulteriore importanza ad uno dei tanti haters del web, che passano il tempo a sbeffeggiare, umiliare, diffamare e insultare chiunque capiti loro a tiro, sostenendo, come il signor D.L., di “dire solo ciò che pensano”.

Premetto che sono rimasto colpito dalla infaticabile costanza di questa persona, che dice di passare ogni giorno otto ore, dalle 16 a mezzanotte (qualcuno ha bisogno un social media manager?), per portare avanti questa personale crociata. Premetto anche che il tono dell’intervista, a mio modesto parere, è stato un po’ troppo morbido e mi sarei aspettato, da una testata come Repubblica, una presa di posizione più ferma verso questo genere di persone. Occorre delimitare il territorio di legittimità in modo chiaro e inequivocabile, come ha avuto modo di sottolineare successivamente, per esempio, Rudy Bandiera.

Mi viene il dubbio che certa informazione, oggi sempre più a caccia di notizie sui social, consideri questa fauna come un alleato, sporco ma prezioso, nella grande macchina dei media del ventunesimo secolo.

Chiusa questa fin troppo ampia introduzione, mi tuffo nel vero motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo. Il signor D.L. mi ha fatto pensare a Gandhi (e per questa associazione di pensiero, lo ammetto, qualche insulto lo meriterei), il quale affermava che la felicità avviene quando ciò che dici, fai e pensi sono in armonia.
Cavolo – ho pensato – ma allora il signor D.L. è sereno! Vuoi vedere che il segreto per la felicità non è altro che dire sempre e “solo” ciò che pensi? Chi, meglio del signor D.L., è coerente in ciò che pensa, dice e fa?
Oppure Gandhi aveva torto?

Per fortuna questa riflessione mi ha portato subito alla mente un insegnamento che ho ricevuto qualche tempo fa durante uno dei primi corsi di Mindfulness che ho frequentato e che, in chiave un po’ ironica, ho anche riportato ai partecipanti durante la recente presentazione di un corso. Questo insegnamento partiva dalla definizione di Mindfulness, ossia la capacità di portare intenzionalmente l’attenzione al momento presente, senza giudizio e con un atteggiamento gentile.
Fate attenzione, ci disse questo maestro, perché se portiamo l’attenzione al momento presente, con un atteggiamento non giudicante ma senza gentilezza o compassione, possiamo anche essere un cecchino o un serial killer!

La gentilezza compassionevole è alla base non solo della Mindfulness ma di qualsiasi percorso verso la consapevolezza. Se vogliamo imparare a portare e mantenere l’attenzione al momento presente, senza giudicare, la prima attitudine da sviluppare è la compassione: innanzitutto verso noi stessi, successivamente, verrà poi naturale, verso il prossimo.

Se abbiamo un moto di invidia, di gelosia, di rabbia e anziché osservare questa sensazione e i pensieri che ne scaturiscono, accogliendoli con compassione, tentiamo di nasconderli o di reprimerli o di negarli, non andremo molto lontano. Per comprendere che siamo umani, che possiamo anche sbagliare, che alcune sensazioni spiacevoli possono sopraggiungere ma anche andarsene e soprattutto che noi possiamo lasciarle andare senza aggrapparci ad esse, la compassione è essenziale. Per accogliere le nostre moltitudini, talvolta laceranti e contraddittorie, la gentilezza e l’accoglienza sono fondamentali. Il primo passaggio avviene con noi stessi, in seguito sarà più naturale anche nei confronti del prossimo essere più indulgenti, capendo che anche gli altri possono avere una giornata no o un momento storto.

Mi dispiace, sinceramente, per il signor D.L., forse sereno nella sua coerenza ma certamente lontano da una reale presa di coscienza, tanto è privo di atteggiamento non giudicante compassionevole e impegnato nelle sue quotidiane guerre personali contro i propri fantasmi.
Mi dispiace anche che tante altre persone, come il signor D.L., ancor prima di incamminarsi verso la strada possibile della serenità e della consapevolezza, non si rendano conto minimamente della loro totale mancanza di educazione e di rispetto delle regole.

Se un percorso di crescita personale può essere forse visto come un passaggio evoluto nella storia personale di un essere umano, al contrario, alcune basi comportamentali potrebbero essere presenti su maggiore scala, solamente con un minimo senso di responsabilità e di senso civico.
È semplicemente EDUCAZIONE.

Temo che Gandhi, padre della non violenza, in quella sua affermazione, desse la compassione per ovvia. Per fortuna non aveva una pagina su Facebook, altrimenti chissà quanti haters avrebbe avuto.

“Tenerezza e gentilezza non sono sintomo di disperazione e debolezza ma espressione di forza e determinazione”
Khalil Gibran

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