Da ragazzo ero timido oltre ogni immaginazione. Per me rivolgere la parola ad un estraneo rappresentava uno sforzo disumano e lo facevo, se proprio non potevo farne a meno, sempre con molta educazione e rispetto.
La scoperta della malattia di Crohn, a 16 anni, aveva accentuato questa caratteristica, alla quale ovviamente reagivo con un atteggiamento abbastanza strafottente, almeno fino a quando mi trovavo in compagnia con i miei coetanei.
Immaginatevi se una persona del genere, dieci anni dopo, avrebbe mai potuto parlare di fronte ad una platea, grande o piccola. Impossibile. Infatti…
Per quelle strane coincidenze che la vita ti regala, il mio primo lavoro fu la guida turistica allo stadio di San Siro: gruppi, talvolta anche numerosi, di estranei, a cui non solo dovevo rivolgere la parola, ma soprattutto dovevo farlo raccontando e spiegando ciò che si aspettavano di ascoltare.
In inglese e in italiano.
Si poteva raggiungere facilmente anche il centinaio di persone nei periodi più impegnativi e questi gruppi andavano gestiti non solo dal punto di vista del servizio che gli si andava ad offrire, ma talvolta anche sotto l’aspetto disciplinare, affinché restassero tutti in una cornice di educazione e rispetto.
La paura di parlare ad un pubblico mi svanì definitivamente il terzo giorno; un gruppo di circa una sessantina di giapponesi venne in visita (con un interprete, bontà loro) ed ebbi un tale successo che, al termine, si misero tutti in fila per stringermi la mano.
All’epoca non avevo ancora subito alcuna operazione e il rapporto che avevo con la paura era ancora molto conflittuale; questa esperienza mi aveva improvvisamente aperto un vaso di Pandora dentro il quale mi ero ritrovato un bene prezioso che non sapevo di avere.
Mi aveva spiazzato.
Proprio in quegli anni, da una parte avevo preso coscienza del fatto che, a causa della malattia, sarei stato presto sottoposto ad un intervento chirurgico (sarebbe accaduto un anno e mezzo più tardi), dall’altra, mi rifiutavo di studiare, di confrontarmi, di misurare le mie capacità.
Ero paralizzato.
Immobile, bloccato in una fase di stallo in cui la paura mi impediva qualsiasi azione, come se l’unica cosa che potessi fare fosse attendere di essere finalmente investito da questo tir che ormai sapevo sarebbe arrivato, prima o poi.
Scoprire che una delle tante paure che mi governavano potesse svanire così, semplicemente, di fronte ad un gruppo di giapponesi, mi fece riflettere, non poco.
Oggi, quando mi trovo di fronte a persone che sono bloccate a causa di una paura, mi capita quasi sempre di pensare per un momento al gruppo di giapponesi.
Quella mia paura non era nient’altro che un pensiero, un mio pensiero.
Sì, è vero, probabilmente qualcun altro mi aveva aiutato parecchio a formarlo, nel corso degli anni, ma questa è un altro ritornello che a volte ci piace cantare.
Da quando siamo adulti e responsabili, ogni pensiero è nostro e solamente nostro; se non è funzionale al cammino e alla crescita che vogliamo intraprendere, possiamo modificarlo.
Punto.
Se ci hanno fatto indossare per anni un vestito che non ci piace, non significa che siamo obbligati ad indossarlo per sempre, lamentandoci del fatto che non ci piace.
Dai 18 anni in poi, alziamo le chiappe e andiamo a vestirci come ci pare e piace.
Certi pensieri, in particolare quelli che formano le nostre paure, sono come questi vestiti da buttare: ma per sapere quale vestito indossare, dobbiamo sapere cosa ci piace e non sempre è chiaro per tutti quali siano i nostri sogni, i nostri desideri, le nostre passioni.
Ecco perché è fondamentale riconnetterci con noi stessi.
Attraverso un percorso di crescita personale, che sia la meditazione, la mindfulness, lo yoga, oppure andando da uno psicologo, un counselor, un coach, un filosofo, un prete, o chi volete voi, è importante porsi l’obiettivo di arrivare a conoscere quella parte di noi che ci è rimasta nascosta per tutti questi anni.
Abbiamo sempre preferito fingere di non sentirla, nella speranza che si stancasse di urlare e si zittisse, una volta per tutte, ma, presto o tardi, ci obbliga a fare i conti. Il percorso può essere senza dubbio faticoso, duro, anche doloroso, ma è l’unica strada percorribile verso la consapevolezza.
Possiamo imparare, attraverso la mindfulness, per esempio, ad osservare i nostri pensieri, senza giudicarli come giusti o sbagliati, belli o brutti, buoni o cattivi: sono solo pensieri, li costruiamo noi, con la nostra mente.
Noi non siamo i nostri pensieri e i nostri pensieri non sono la realtà.
Possiamo lasciarli andare, senza aggrapparci a loro con forza, come facevo io prima di conoscere quel gruppo di giapponesi, convinto di non essere capace di parlare agli estranei, di non farcela, di non essere abbastanza bravo, abbastanza interessante, abbastanza “figo”.
Solo essere obbligato ad affrontare quella paura, quel mio pensiero, mi ha fatto scoprire, nel momento in cui è svanito, quanto fosse illusorio, impalpabile, inesistente: una gabbia senza sbarre, in cui mi sentivo intrappolato ma dalla quale avrei potuto fuggire in qualsiasi momento.
“I limiti, come le paure, spesso sono solo un’illusione“
Michael Jeffrey Jordan
Grazie per aver condiviso questa tua esperienza…. interessante la metafora dei vestiti che si possono cambiare una volta cresciuti e indipendenti…..
Spesso, l’ho fatto anch’io, ci si nasconde dietro l’alibi di ciò che si è ricevuto da piccoli (educazione, opportunità …)
…. volere è potere…
Ciao Tosca, grazie mille per il tuo commento. In effetti spesso giudichiamo ciò che abbiamo ricevuto come “insufficiente” rispetto alle nostre presunte possibilità e ci serviamo di questo alibi per giustificare la nostra paura di evolvere. Concordo con te: se vuoi, puoi. Un abbraccio!