La vita del pescatore mindful

Mio padre è un pescatore.
Dovrei dire era un pescatore poiché da alcuni anni ha deciso di non rinnovare la licenza ma ritengo che pescare sia un’attitudine spirituale: come il raccoglimento, la meditazione, la preghiera. Una volta acquisita è per sempre. In ufficio teneva sulla scrivania un biglietto scritto a macchina con una frase di Confucio: “Se vuoi essere felice un giorno, sposati; se vuoi essere felice una settimana, ammazza il maiale; se vuoi essere felice tutta la vita, và a pescare”.
Questo biglietto mi fece in qualche modo intuire, fin da quando ero piccolo, che ciò che cercava mio padre durante quella sua attività andasse molto oltre il pesce.

La passione per la pesca (dei pesci) non mi fu trasmessa. Nonostante mi piacesse trascorrere le giornate con mio padre sul fiume, preferivo starmene sulla sdraio a leggere. Certamente mi fu trasmesso lo spirito del pescatore, oltre all’amore per due momenti magici della giornata come l’alba e il tramonto. All’età di 12 anni sono diventato un collezionista. Nello specifico, anche se questo non ha alcuna importanza, un collezionista di cartoline di stadi di calcio.

Mio padre partiva di notte per essere in riva al fiume prima che albeggiasse. Io, con lui i primi anni e in seguito con i miei amici, facevo lo stesso per essere tra i primi ad arrivare ai mercatini o ai convegni in giro per l’Italia. Entrambi partivamo ignari riguardo il risultato finale della nostra giornata. Potevamo tornare con molti pesci (o cartoline) oppure anche senza aver pescato (trovato) nulla. Se tornavamo a casa con qualcosa, poteva essere quantitativamente scarso ma qualitativamente importante o viceversa.
In alcuni casi rari, abbiamo trovato (o pescato) pezzi (o pesci) eccezionali.

Se mio padre non cercava pesci, io non cercavo cartoline. Ma non lo sapevo.

Realizzai presto che la mia collezione, nella quale profondevo energie e risorse mentali ed economiche, era diventata la migliore scusa che avrei potuto avere per viaggiare. Conobbi tantissime persone, in Italia e all’estero; alcuni di questi sono ancora oggi tra i miei migliori amici e con loro ho vissuto trasferte memorabili.

Quando mi fu diagnosticato il morbo di Crohn, i medici mi dissero che era una malattia cronica per la quale non esistevano cure. Dovetti smettere di giocare a calcio, la mia passione più grande fin da bambino.

Nel 1989 il CONI non concedeva autorizzazione all’attività agonistica per chi soffriva di queste patologie; oggi abbiamo atleti professionisti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali, le cosiddette IBD. I primi due nomi che mi vengono in mente sono il cestista Drake Diener, per molti anni nel campionato italiano ai massimi livelli e il calciatore Darren Fletcher, una carriera al Manchester Utd, non proprio una squadretta.

A 16 anni, quindi, proprio in fase di “decollo” verso la vita, ero stato impallinato senza scampo.
Non uso casualmente questa immagine; mi fu regalata durante il mio primo colloquio di Counseling. All’improvviso, il nastro della mia vita, riavvolto, divenne estremamente leggibile.

Se il collezionista cercava cartoline, sapendo preventivamente e serenamente accettando di poter tornare a casa contento o a mani vuote, il sedicenne adolescente si fermò e smise di cercare. Per anni.

Le prime crepe che iniziarono a sciogliere questo iceberg di immobilità furono, a breve distanza di tempo l’una dall’altra, la morte di due miei coetanei. Prima una mia amica, compagna di classe delle scuole medie, perse la vita in seguito ad una crisi asmatica mentre si trovava in casa da sola, poco dopo avvenne la tragica scomparsa di un mio ex compagno di squadra a causa di un pirata della strada.
Avevo 23 anni e di fronte al dolore e all’assurdità di quelle perdite, la “mancanza di senso” della mia malattia dalla quale non riuscivo a distaccarmi mi apparve ridicola.

Iniziai a pensare che, in fin dei conti, ero giovane e il tempo era dalla mia parte; con la vita che mi attendeva, non potevo pensare di trascorrerla passivamente immobile. Se ero un malato cronico, in qualche modo che ancora non conoscevo e nemmeno lontanamente immaginavo, avrei, forse, potuto trovare la soluzione per diventare un “guarito cronico”.

Ora sapevo cosa cercare: la guarigione.

Il collezionista adesso poteva aiutarmi: non sapevo se sarei tornato a casa contento o a mani vuote ma questo non aveva alcuna importanza, proprio come per le cartoline.
Ora avevo il bene più prezioso: il senso della ricerca.

Non sapevo nemmeno cosa avrei trovato lungo la strada. Proprio come il collezionista più attento e rigoroso, però, dovevo accettare serenamente qualsiasi ritrovamento attribuendogli sempre il giusto valore e, quando mi fossi imbattuto in qualcosa di cui non capivo pienamente l’essenza, approfondire attraverso lo studio. Capirne il significato poteva quindi non essere immediatamente possibile, ma, da collezionista esperto, sapevo archiviare, attendere e trovare informazioni.

Se il collezionista tende naturalmente a tessere infinite relazioni e ad aver buoni rapporti con tutti (non si sa mai un domani con chi ti ritrovi a scambiare quel pezzo che vuoi assolutamente!), perché non poteva farlo il malato? Iniziai a farmi amica la mia malattia.
Forse, poteva insegnarmi qualcosa; forse, lo stava già facendo.

In seguito, decisi di abbandonare gli studi universitari. Naturalmente fu una delle decisioni più sofferte e laceranti della mia vita, non solo per me ma anche per i miei genitori, ma rappresentò anche uno dei passi più liberatori che potessi compiere. Mi misi “in moto”.
Un paio di mesi dopo questa decisione, grazie alle conoscenze che il particolare mondo del collezionismo mi aveva portato, ottenni il mio primo lavoro, al Museo dell’Inter e del Milan, allo stadio di San Siro.

La sincronicità degli eventi in quei giorni, ancora oggi, a distanza di tanto tempo, mi appare sia stata governata da una Entità Superiore provvidenziale. Una passione iniziata per gioco, appena dodicenne, mi permetteva, da adulto, di entrare nel mondo del lavoro.

Quando lasciai il Museo Inter&Milan, 7 anni dopo, le persone che mi aiutarono a trovare i miei impieghi successivi furono due ragazze che avevano lavorato con me per alcune stagioni.
Sempre durante la mia esperienza a San Siro, conobbi la donna che in seguito divenne mia moglie e dalla quale mi separai poco dopo. Quando insieme provammo a salvare il nostro matrimonio, lei mi propose e mi fece conoscere il Counseling. In particolare, mi presentò il counsellor che mi aiutò in quel periodo e ancor di più negli anni seguenti, a fare chiarezza nella mia vita e a poter essere pronto per la donna e la famiglia in cui, oggi, vivo felicemente i miei giorni.

Tutto semplicemente perfetto.

Ovviamente, quando mi trovavo “dentro” quei giorni, la mia prospettiva non era sempre positiva.
Osho diceva: “A volte cerchi pietre. A volte cerchi farfalle. A volte cerchi fiori. A volte cerchi la verità. Ma ricorda sempre: la bellezza sta nel cercare, non in ciò che trovi. Quella è soltanto una scusa.”

Anche quando individuiamo chiaramente l’oggetto della nostra ricerca, in realtà il valore risiede nella ricerca stessa e non nell’obiettivo. Il valore della mia collezione non è certo rappresentato dalla somma economica delle cartoline ma è costituito dagli amici che, grazie a questa passione, ho avuto e ho tuttora, dalle persone che ho incontrato, dai viaggi che ho fatto e i luoghi che ho visto, dalle esperienze vissute e dalle migliaia di connessioni createsi che mi hanno condotto al mio primo lavoro e ai successivi rapporti professionali e personali.

La ricchezza delle infinite esperienze che ci troveremo ad affrontare durante questo percorso ci accompagnerà attraverso la nostra naturale evoluzione e trasformazione. Se accolte con attenzione e sensibilità e non respinte con rabbia e paura, ci arricchirà grazie ad una serie di insegnamenti che non siamo sempre in grado di comprendere immediatamente.

Accettare gli eventi e gli avvenimenti che ci accadono, anche i più tragici, anche quando non riusciamo a comprenderli, significa avere Fede.
La Vita ci mette sempre nelle condizioni migliori per esprimere il nostro talento e realizzare il nostro destino.

Non importa se oggi torniamo a casa senza pesci; l’importante è andare a pesca.

“Molte persone vanno a pescare tutta la loro vita senza sapere
che non è il pesce quello che stanno cercando.” – H.D. Thoreau

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.