Zona di comfort e trappole della mente

Se parliamo di comfort ci immaginiamo qualcosa che ha a che fare con il relax, la comodità, il benessere. Se però parliamo di zona di comfort il nostro pensiero va ad una comodità finta, limitata, ristretta.

Immaginiamo di entrare in una casa bellissima, col cuore colmo di gioia, girare rapidamente per le camere ampie e luminose e infine ritrovarci di fronte ad un immenso terrazzo al quale ci viene spontaneo affacciarci.
Proprio in quel momento in cui siamo scoperti, vulnerabili e desiderosi di uscire all’aperto, un cecchino, lontano e invisibile ai nostri occhi, ci spara senza pietà. Cosa facciamo?
Oltre a curarci le ferite, ci ripariamo e non usciamo più dalla casa. Pur bellissima, quella diventa la nostra gabbia.

Quando mi fu diagnosticato il Morbo di Crohn dovevo ancora compiere 17 anni.
Nel momento in cui stavo per affacciarmi alla vita, un cecchino mi sparò.
A sangue freddo, altezza uomo.
Mi rinchiusi per circa dieci anni in una piccola gabbia, arredata da zona di comfort.

Il mondo diventa solamente quel piccolo spaccato di realtà che abbiamo a portata di mano. Se ci manca qualcosa, spesso non siamo nemmeno in grado di percepire quella mancanza.
Col tempo ci sentiamo sempre più al sicuro, sempre più protetti, sempre più confidenti all’interno della nostra gabbia. Siamo i padroni del nostro piccolo e misero mondo. Talvolta tendiamo anche a dimenticare il motivo che ci ha spinto a non mettere più piede sul terrazzo.

Abbiamo due opzioni, naturalmente: restare in gabbia o uscire.

Un episodio molto doloroso, magari anche più doloroso e inaspettato del precedente cecchino, ci può spingere fuori dalla gabbia. La sofferenza diventa allora una buona opportunità per evolvere e per crescere.
Se le nostre resistenze sono più forti del nostro desiderio di realizzazione, ogni dolore rinforzerà la nostra chiusura e ci darà una buona scusa per restare ancor più barricati nella nostra gabbia, insieme ai nostri finti comfort.

Abbiamo tutti un terrazzo a cui ci è stato proibito accedere quando lo desideravamo, un cecchino che ci ha colpito a sangue freddo e una gabbia in cui ci siamo rifugiati.

Ricordiamoci che non possediamo la chiave della gabbia, semplicemente perché non serve alcuna chiave: la gabbia è aperta.
Possiamo uscire in ogni momento, basta volerlo.

Attraverso la Mindfulness possiamo imparare a meditare per diventare consapevoli e prendere le distanze da queste trappole che la nostra mente dissemina in ogni angolo della nostra zona di comfort. Non solo, possiamo anche apprendere, quando ne sentiamo la necessità, a porci in raccoglimento per favorire la connessione con noi stessi.

Ritagliamoci qualche momento, durante le prossime feste, per fermarci e proviamo a guardarci intorno per comprendere se ci troviamo in gabbia o sul terrazzo.
Se siamo sul terrazzo, godiamoci la meraviglia e apprezziamo ogni piccolo regalo che la Vita ci offre, esprimendo sincera gratitudine.
Se ci sentiamo in gabbia ma la luce accecante fuori ci fa paura, ogni piccola tappa per uscire sarà un passo coraggioso e prezioso lungo il nostro percorso alla ricerca della consapevolezza.

Buon Natale.

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