La Mindfulness si pratica o si incarna? E’ qualcosa che facciamo o che siamo?
Questo primo articolo del mio nuovo blog (vi piace la nuova veste?) è nato spontaneamente da una conversazione estremamente interessante avuta con Fabio e Alessandro. Fabio è la mente e Alessandro il braccio dell’agenzia Olos Interactive: se il blog non vi piace è colpa loro (non è vero)!
Poiché la Vita non ci regala mai le persone “a caso”, Fabio è appassionato di Mindfulness e convinto praticante. Riflettendo sulla pausa forzata dalla sua pratica abituale, mi regala due spunti di riflessione cristallini.
Il primo: la Mindfulness non è come andare in bicicletta.
Il secondo: ma qual è il giusto equilibrio tra guardare al futuro e restare nel presente?
Mi regala, in realtà, anche un terzo spunto, gestendo in modo esemplare l’arrabbiatura di un corriere che ci aveva scambiato per tre receptionist pigri e scansafatiche, ma andiamo per gradi.
Partiamo dal primo: “Dopo un periodo in cui non sei riuscito a praticare con l’abituale frequenza, ricominciare non è così banale, anzi… si scoprono nuove cose!”
Cavolo se hai ragione, Fabio: non so se il paragone (peraltro mio) con la bicicletta sia così centrato ma ci importa poco. Certo, non hai disimparato a meditare, ma certamente sei, per così dire…”indolenzito”. E di cose nuove se ne scoprono, eccome.
Anche a me è capitato tempo fa di non praticare per un periodo di circa venti giorni. Malessere, pigrizia, apatia, accidia: chiamatela come vi pare ma anch’io ho mollato il colpo per un po’.
Al contrario di Fabio che è fortemente giustificato da temporanee difficoltà logistiche, io, semplicemente, non ne avevo voglia.
Dopo qualche giorno di puro menefreghismo, mi ritrovai a fare i conti con un sottile e strisciante senso di colpa. Mi domandavo in continuazione cosa mi portava a non provare alcun desiderio di praticare, in quei giorni, per poi avvertire questa fastidiosa sensazione di “non aver fatto i compiti”.
Poichè la Mindfulness mi aveva insegnato ad osservare i miei pensieri, decisi di mettere in pratica quell’insegnamento.
Provai ad osservare le mie percezioni in questa fase di “sciopero” meditativo e, più in profondità, il senso di colpa che ne derivava. Avvertivo di essere nervoso, scontroso con me stesso. Questo influiva anche nelle relazioni con gli altri e più in generale sulla qualità della mia Vita. Ero esattamente agli antipodi rispetto a quei principi di gentilezza compassionevole e non giudizio che sono alla base della Mindfulness. Non ero né gentile né compassionevole con me stesso e di conseguenza, nemmeno con gli altri. Il giudizio da cui scaturiva il senso di colpa stringeva come un cappio, fastidioso ma non letale, almeno fino a quando stavo attento a muovermi.
Eppure, questa auto-osservazione, l’unico battito residuo di un cuore mindful che ancora si faceva sentire, mi ha portato a farmi questa domanda: qual è la mia motivazione?
Perché voglio praticare la Mindfulness? Credo in ciò che sto facendo? Credo in ciò che sono?
Naturalmente, rispondere fu molto semplice e molto complicato allo stesso tempo.
Se ero sicuro di aver trovato nella Mindfulness quell’allenamento cercato per tanti anni che mi permettesse di rispondere in modo saggio e consapevole agli stimoli della Vita, probabilmente mi mancava un ultimo salto per passare da “fare” a “essere”.
Eseguivo gli esercizi di pratica formale e talvolta di pratica informale con una buona attitudine e l’effetto che producevano sulla mia persona e nelle mie relazioni erano decisamente positivi, ma tali restavano: esercizi.
Avvertivo la necessità di un salto ulteriore: non più “praticare” Mindfulness ma “essere” Mindfulness. Mi trovavo di fronte ad un bivio: restavo da questa parte del crepaccio o facevo il salto e raggiungevo l’altra sponda? La pratica per me aveva una funzione di esercizio paragonabile all’attività fisica o incarnavo realmente i principi che tanto mi avevano aiutato negli ultimi anni?
Grazie all’esperienza che la malattia mi ha regalato, ormai sapevo che per risolvere questi momenti di disagio è necessario accogliere la sfida che la Vita ti pone, con coraggio ma altrettanta serenità. Un balzo deciso e un istante dopo ti rendi conto che il burrone era molto meno spaventoso di quanto pensassi: bastava un passo avanti.
Ripresi la pratica, con fatica, attraversando forti momenti di difficoltà, ma con una intenzione più chiara, una volontà più solida e una consapevolezza maggiore; non stavo “facendo” qualcosa, bensì stavo “esprimendo” qualcosa: me.
Pensiamoci bene: ogni volta che ci troviamo di fronte ad un’attività da svolgere con costanza, che sia andare in palestra o una dieta o smettere di fumare, abbiamo l’opportunità di restare sulla superficie della situazione oppure possiamo esplorare in profondità noi stessi e i nostri fantasmi.
Nel primo caso avremo risultati efficaci ma temporanei e probabilmente ritorneremo presto alla situazione originaria; nella seconda ipotesi, faremo molta più fatica, impiegheremo anche molto più tempo e attraverseremo fasi di reale difficoltà, ma alla fine, avremo ritrovato la connessione spirituale con noi stessi.
Qualche tempo dopo questa mia crisi, mi capitò di rileggere alcuni libri, tra cui uno di Andy Puddicombe, tra i massimi esperti mondiali di Mindfulness e personalmente una delle mie figure di riferimento per il suo stile comunicativo semplice e leggero.
Puddicombe invitava a fare attenzione che la pratica meditativa non si trasformi in un “effetto aspirina” ma sia la fonte di un vero cambiamento di attitudine e atteggiamento nella nostra vita quotidiana.
Forse avevo sperimentato l’effetto aspirina rischiando un’intossicazione da farmaco.
E il secondo spunto che mi ha regalato Fabio? Prossimamente…
“Non si può percorrere una strada senza essere tu stesso la strada”
Buddha
Addirittura una mini-serie “Gli spunti di Fabioi” 🙂 grazie Giuseppe per per questa citazione.
Condivido queste tue riflessioni e me ne fanno nascere una quarta, ispirata da Simon Sinek e dal titolo del suo ultimo libro”Together is Better.
E parto proprio da un fatto concreto: a pensare e realizzare un sito si è in tanti (a volte più di quanti si immagini). Io e Alessandro siamo stati solo una parte di un corpo esteso e interconnesso: Giuliana, Silvia e Marco non sono stati da meno, e solo questo insieme di contributi diversi ci ha portato a un buon risultato complessivo.
Nella meditazione accade spesso lo stesso, si creano gruppi fisici o virtuali che ci sostengono e che rinvigoriscono la nostra intenzione. Incontriamo maestri, libri, frasi che ci aiutano a rinforzare il nostro percorso e trasformano la disciplina, necessaria per qualsiasi allenamento, in una risorsa preziosa, che ci diventa amica.
Ok, deposito il marchio per “Gli spunti di Fabio”. 🙂 Grazie di cuore per la tua riflessione che non solo è condivisibile ma anche molto profonda e preziosa. Mi viene in mente che tutta la nostra Vita, il nostro passato, si compone di piccole e grandi situazioni, persone che lasciano il segno e altre che sfioriamo a malapena, eppure ognuna di loro ci lascia qualcosa, per il quale è possibile arrivare ad esprimere un sentimento di gratitudine.